<?xml version="1.0" encoding="utf-8"?><feed xmlns="http://www.w3.org/2005/Atom" ><generator uri="https://jekyllrb.com/" version="4.4.1">Jekyll</generator><link href="https://morloi.org/feed.xml" rel="self" type="application/atom+xml" /><link href="https://morloi.org/" rel="alternate" type="text/html" /><updated>2026-03-10T21:52:46+01:00</updated><id>https://morloi.org/feed.xml</id><title type="html">Morloi’s Digital Dungeon</title><subtitle>Mi occupo da troppo tempo di informatica, cultura digitale, internet e comunicazione. L’ho fatto spesso nel modo sbagliato, ma sbagliando si impara. Continuo a occuparmi di digitale, formazione e comunicazione, tentando di sbagliare meno.</subtitle><entry><title type="html">It’s complicated: complessità e complicazione non sono la stessa cosa. Pensieri di fine anno.</title><link href="https://morloi.org/blog/di-anni-orribili" rel="alternate" type="text/html" title="It’s complicated: complessità e complicazione non sono la stessa cosa. Pensieri di fine anno." /><published>2025-12-31T04:59:17+01:00</published><updated>2025-12-31T04:59:17+01:00</updated><id>https://morloi.org/blog/di-anni-orribili</id><content type="html" xml:base="https://morloi.org/blog/di-anni-orribili"><![CDATA[<p>Quest’anno ha colpito duro: voglio dire, anche il macrocosmo non se la passa certo bene, ma nel mio privatissimo microcosmo le cose sono state e continuano ad essere <strong>complicate</strong>.</p>

<p>Uso il termine complicate perché di base nella <strong>complessità</strong>, qualsiasi essa sia, trovo insita una bellezza in grado di muoverci altrove. <strong>La complicazione è un muro, straniante, che appare ingiustificato e ingiustificabile.</strong> La complicazione è disarmante, stanca, affligge, spegne.</p>

<p>È incredibile, come in un’epoca di pesante rifiuto della complessità, in cui tutte le questioni si tagliano con l’accetta, la vita in genere sia diventata <strong>irragionevolmente complicata</strong>: mi occupo da una eternità di informatica, e, al netto di abbagli dovuti all’età impietosa che avanza, ho la precisa sensazione che, ad esempio, le interfacce di servizi che usiamo ogni santissimo giorno siano diventate <strong>illogiche, astratte, farraginose,</strong> non rispondenti ad alcuna esigenza effettiva dell’utente.</p>

<p><img src="/images/posts/gurumeditation.gif" alt="Guru Meditation" /></p>

<p>La sensazione non mi è nuova, forse ne ho avuto per la prima volta coscienza effettiva quando ho preso in mano <strong>il primo Iphone di un collega</strong>: un solo tasto, una tastiera virtuale piccola e senza feedback effettivo, misteriose gesture da imparare per fare andare applicazioni spesso di una banalità disarmante. Mi pareva davvero che quell’oscuro oggetto  negasse praticamente <strong>tutti i principi di design dell’interazione uomo-macchina</strong> che mi erano cari (Caffettiera del Masochista, anyone?).</p>

<p>Evidentemente sbagliavo, visto il successo che quell’affare e i suoi successori hanno avuto. O forse no, non sbagliavo, semplicemente <strong>sottovalutavo quanto l’umanità possa essere masochista</strong>.
D’altra parte era già successo con l’mp3: decine, centinaia di lettori musicali, interfacce simili a quelle dei walkman, collaudate, file transfer di una semplicità disarmante, poi arriva l’ipod e, pur complicando una roba di per se già giunta ad una sua maturazione, sbaraglia tutti. Voglio dire, ad un certo punto hanno tolto pure lo schermo, manco un undicatore del numero della traccia che si stava suonando. Per non parlare della necessità di passare da una applicazione proprietaria per caricare (e comprare) la musica sul dispositivo.</p>

<p>Di base è almeno una ventina d’anni che con i computer <strong>facciamo le stesse cose</strong>: navigare siti internet, scrivere documenti, produrre fogli di calcolo, disegnare/impaginare, programmare, giocare, fare video/musica, scrivere email.</p>

<p>Certo, molte cose sono cambiate, i video sono in alta risoluzione, i giochi sono enormemente più complessi, ma alla fin fine stiamo lavorando con uno schema che ha trovato la sua maturità <strong>fra la fine dei 90 e l’inizio dei 2000</strong>: anche dal punto di vista dei sistemi operativi e dell’interazione uomo/macchina, siamo fermi lì.</p>

<p><strong>Windows 95, MacOs X, Linux KDE/Gnome</strong>: in fondo non è sbagliato, se il sistema desktop/schermo/mouse/tastiera/finestre si è rivelato vincente e adatto alle esigenze, è corretto che il design si sia cristallizzato. È successo anche con le auto: in oltre 100 anni il sistema pedali/volante non ha subito variazioni significative, tanto che ci è possibile sostanzialmente guidare qualsiasi auto (l’unica differenza è fra cambio automatico o manuale) con un solo addestramento.</p>

<p>Il problema è che in realtà tante di quelle cose che funzionavano, <strong>appaiono oggigiorno più complicate</strong>: i software non hanno quasi più la loro controparte fisica, <strong>sono abbonamenti</strong>, spesso non è manco chiaro se siano effettivamente installati sulla propria macchina o risiedano su macchine altrui (il famigerato cloud). E anche se sono installati poi richiedono accesso alla rete, oppure di essere avviati tramite piattaforme terze (come Steam, nel caso dei giochi), abbisognano di <strong>aggiornamenti continui</strong>, a cui ormai manco prestiamo più attenzione. Poi pesano. <strong>Giga e giga di dati, librerie, asset</strong> che vanno ad ingolfare sistemi con processori di ultima generazione, giga e giga di ram, hd a stato solido rapidi e silenziosi.</p>

<p><strong>Poi la mania di nascondere</strong>: i telefonini hanno un filesystem, in fondo sono computer, ma la struttura di directory e la logica di salvataggio dei file è oscurata da strati di astrazione che, in teoria, hanno lo scopo di semplificare la vita all’utente. Tutto questo per limitare la frizione in ingresso: e tutto potrebbe funzionare, più o meno, a patto che <strong>ci si adegui agli standard imposti dagli stessi produttori</strong>. Per cui attiva un account cloud per fare il backup del telefono (che sia android o iphone non importa, la sostanza è uguale), passano gli anni e i giga aumentano, perché <strong>rinunciamo a fare pulizia</strong> del quantitativo impressionante di immagini e video raccolti, troppo difficile, troppo faticoso.</p>

<p><strong>Nascondere la complessita, creando complicazioni</strong>: difficile gestire le foto, difficile dividerle in logiche proprie, bisogna cedere alle logiche preimpostate, difficile anche solo trasferire le immagini via USB. Qualche settimana fa ci ho provato, dal telefono di mia moglie, perché voleva vederle, dividerle in cartelle, eliminare definitivamente quel che non serviva più. L’operazione doveva essere tutto sommato semplice, ma avendo il sistema creato un’unica cartella per le foto della camera, il numero di file era esagerato e il tutto <strong>crashava di continuo</strong>, senza dare evidenza di errori.</p>

<p><strong>L’errore d’altra parte è sinonimo di complessità</strong>, è il momento in cui la crisi diventa evidente e dobbiamo affrontarla. Ad un certo punto chi si occupa di design di interfacce ha deciso che <strong>l’errore è brutto e cattivo</strong>: ve li ricordate i blue screen of death di windows? Odiosi vero? Eppure una loro funzione l’avevano e all’occhio esperto fornivano indicazioni precise. Nei sistemi mac già da tempo è in auge <strong>la strategia del fallimento silenzioso</strong>: una applicazione si chiude, così, senza colpo ferire, senza motivo. E lascia il dubbio all’utente che in fondo la colpa sia sua, forse un comando toccato involontariamente, una sequenza sbagliata, un pensiero troppo ardito.</p>

<p>E nei telefoni peggio: sempre il famigerato telefono di mia moglie aveva deciso di surriscaldarsi, di non mandare più notifiche, di <strong>rallentare talmente tanto da essere inutilizzabile</strong>. Il problema? La memoria libera, pericolosamente bassa. Eppure nessuna indicazione vera, <strong>nessun errore</strong>, niente di niente. Il telefono era diventato semplicemente più complicato da usare, più difficile, più macchinoso e lento. Ancora una volta la complicazione aveva vinto sulla complessità.</p>

<p>Complessità che, <strong>con la scusa della sicurezza e della privacy</strong>, le bigtech tendono sempre di più a nascondere ed allontanare - niente più store alternativi, niente più webapp, sono pericolose - e in fondo l’unico vero motivo è il monopolio, <strong>sottrarre l’utente alla complessità</strong>, sostituendola con una complicata sequela di decisioni unilaterali, che hanno il solo scopo di <strong>inchiodarlo e creare dipendenza</strong>.</p>

<p>Ma in fondo tutto questo è sempre <strong>enshittification</strong>, l’informatica e l’automazione in genere <strong>non riguardano più la risoluzione di problemi dell’utente</strong>, quanto il “semplice” generare profitto, utilizzando ogni mezzo, generando problemi che gli utenti non sono in grado di risolvere da soli, ma che <strong>in realtà non sono neanche problemi</strong>, ma complicazioni alimentate dalle stesse bigcorp che sviluppano sistemi operativi, app, piattaforme, device.</p>

<p>E questo 2025 ha visto <strong>la coronazione di tutte le supercazzole</strong>: l’AI generativa come panacea contro tutte le complessità, <strong>l’arma finale per rendere l’utente ancora più scemo</strong> e i sistemi ancora più inutilmente complicati.</p>

<p>Vabbè, non mi dilungo, in sostanza è stato un anno di merda, <strong>dove si è lavorato troppo</strong>, con obiettivi completamente sbagliati, complicando le cose semplici, senza cogliere la bellezza legata alle molteplici complessità di questo mondo.</p>

<p>Cosa mi auguro? <strong>Di lavorare meno</strong>, di gioire della complessità, di abbracciare ogni qualvolta sia possibile le persone che valgono nella mia vita.</p>

<p>Buon Anno!
P.S. ho buttato fuori qualche bit sonoro, con il progetto collettivo AD/SR, puro Dungeon Synth DIY, prendetelo come regalo di fine anno <a href="https://adsrrr.bandcamp.com/album/dungeon-synth-for-the-masses-vol-1">AD/SR -Dungen Synth for the Masses - Vol 1</a></p>]]></content><author><name></name></author><category term="pensieri" /><category term="internet" /><category term="consigli" /><category term="rant" /><summary type="html"><![CDATA[Quest’anno ha colpito duro: voglio dire, anche il macrocosmo non se la passa certo bene, ma nel mio privatissimo microcosmo le cose sono state e continuano ad essere complicate.]]></summary></entry><entry><title type="html">Scritture Digitali, più di un saggio, quasi un manifesto.</title><link href="https://morloi.org/blog/scritture-digitali" rel="alternate" type="text/html" title="Scritture Digitali, più di un saggio, quasi un manifesto." /><published>2025-10-29T04:59:17+01:00</published><updated>2025-10-29T04:59:17+01:00</updated><id>https://morloi.org/blog/scritture-digitali</id><content type="html" xml:base="https://morloi.org/blog/scritture-digitali"><![CDATA[<blockquote>
  <p>Tutto nel digitale è scrittura. Non solo le scritture propriamente intese: anche le immagini ed i video, i programmi e le pagine web, così come ogni nostra azione in ambiente digitale è fatta di scrittura.</p>
</blockquote>

<p><em>piccola recensione ignorante di <a href="https://www.meltemieditore.it/catalogo/scritture-digitali/">“Scritture Digitali - Dai social media all’IA e all’editing genetico”</a> di Roberto Laghi // Meltemi Editore</em></p>

<p>Non sono abituato a scrivere recensioni letterarie, ma questa volta, sinceramente, non posso esimermi: questo aldilà del rapporto amicale che mi lega all’autore, <strong>Roberto Laghi</strong>, anzi, ad essere sinceri forse è proprio questo che mi ha trattento più del dovuto a buttare in rete queste poche righe di commento ad un testo che davvero considero fra quelli che <strong>non smetterò mai di citare</strong> nei prossimi anni.</p>

<p><img src="/images/posts/scritture001.jpg" alt="&quot;Leggendo Scritture Digitali&quot;" /></p>

<p>Roberto si occupa di scrittura a livello accademico, ma è anche profondamente e in maniera autentica <strong>un attivista</strong>: questa è la natura duale di <strong>“Scritture digitali”</strong>, da una parte una <strong>rigorosa ricerca teorica</strong> sulle forme contemporanee e future della scrittura, dall’altra <strong>un sentito e accorato appello</strong> per una presa di coscienza dei rapporti di potere nella nostra società digitale e del ruolo che il capitalismo algoritmico ha nelle nostre vite, proprio grazie alla tecnica-scrittura.</p>

<p>“Scritture Digitali” è un lungo viaggio (378 pagine fitte, esclusa la bibliografia) che si snoda in tre parti fondamentali: <strong>il capitolo centrale</strong>, dedicato alle <strong>scritture digitali italiane</strong> è nel contempo forse quello “meno accessibile” ad un pubblico non accademico, ma anche ricchissimo di spunti e possibilità di approfondimento, una vera e propria finestra su una scena ricca e quanto mai viva (dalle incredibili esperienze di scrittura performativa di Iaconesi e Persico, arrivando ai lavori degli Uochi Toki).</p>

<p>Nel primo capitolo <strong>“Dalla tecnica alla critica”</strong>, Roberto Laghi è stato in grado di produrre una delle più complete e chiare analisi <strong>dell’attuale scenario economico/politico/sociale</strong> legato al digitale, il tutto senza perdere di vista il nucleo del suo lavoro di ricerca: la scrittura.
Più volte, nel mezzo di questo lungo e articolato lavoro ricchissimo di riferimenti e rimandi a decine di altri autori e ricercatori di tutto il mondo, come è d’uopo per un’opera che non ha fini divulgativi, ma accademici, si ha la sensazione che <strong>il fuoco sacro del Laghi “attivista” prenda il sopravvento</strong>, riuscendo a scardinare l’aplomb di un’opera comunque rigorosissima, che diventa capace di <strong>farsi a tratti Manifesto</strong>.</p>

<p>Ed è qui che a mio parere il lavoro di Roberto diventa importante non solo per chi si occupa di scrittura, ma per tuttə: se è vero che <strong>tutto nel digitale è scrittura</strong>, dalla scrittura dobbiamo per forza passare per riprendere possesso della realtà delle macchine, che alla fine è la nostra realtà.</p>

<p>L’ultimo capitolo è dedicato a due aspetti di limite del linguaggio, da una parte la cosidetta <strong>“intelligenza artificiale”</strong>, dall’altra l’<strong>editing genetico</strong>: due frontiere della tecnica e della scienza, che ruotano pesantemente attorno alla scrittura digitale.</p>

<p>Qui Laghi centra perfettamente l’aspetto cruciale: il futuro, per essere compreso, ha bisogno di <strong>un approccio fortemente interdisciplinare</strong>, di nuovi punti di vista che sappiano da una parte <strong>de-antropomorfizzare</strong> le macchine e la tecnica, dall’altra <strong>mettere al centro il progresso sociale</strong> e collettivo a discapito degli interessi personali e privatistici.</p>

<p>Come si esce dalla lettura di questo tomo rosso (che fin dalla splendida copertina di Ehsan Mehrbakhsh tradisce la volontà di andare oltre la saggistica accademica)? 
Come dice Fabrizio Venerandi alla fine della prefazione al lavoro di Roberto, con la convinzione che <strong>“Bisogna, ragazzi, smettere di essere clientela e hackerare il sistema”</strong>.</p>

<p><em>Roberto Laghi <a href="https://www.meltemieditore.it/catalogo/scritture-digitali/">“Scritture Digitali - Dai Social Media all’IA e all’editing genetico”</a> - 2025 Melteni Editore</em></p>

<p><strong>Morloi</strong></p>]]></content><author><name></name></author><category term="pensieri" /><category term="internet" /><category term="libri" /><category term="recensioni" /><summary type="html"><![CDATA[Tutto nel digitale è scrittura. Non solo le scritture propriamente intese: anche le immagini ed i video, i programmi e le pagine web, così come ogni nostra azione in ambiente digitale è fatta di scrittura.]]></summary></entry><entry><title type="html">La crisi di mezz’età di Internet, piattaforme, persone, generazioni, strumenti.</title><link href="https://morloi.org/blog/la-crisi-di-mezzaeta" rel="alternate" type="text/html" title="La crisi di mezz’età di Internet, piattaforme, persone, generazioni, strumenti." /><published>2021-12-05T04:59:17+01:00</published><updated>2021-12-05T04:59:17+01:00</updated><id>https://morloi.org/blog/la-crisi-di-mezzaeta</id><content type="html" xml:base="https://morloi.org/blog/la-crisi-di-mezzaeta"><![CDATA[<i>Questi post arrivano da una vecchia newsletter, ripescati accuratamente perché ritengo che abbiano ancora un valore. Non sono stati editati, per cui possono contenere riferimenti ormai obsoleti: anche dell'obsolescenza, oramai praticamente istantanea, dovremmo parlare, a lungo.</i>
<div class="available-content">
  <div class="body markup" dir="auto">
    <p><span>Salve, io sono&nbsp;</span><strong>Alessandro “Morloi” Grazioli</strong><span>&nbsp;e questa
        è&nbsp;</span><strong>Ex-perimentia</strong><span>, il diario di un vecchio brontolone che guarda l’internet ed
        il mondo da un oblò.</span></p>
    <p><span>Sì, lo so, avevo promesso </span><strong>una newsletter a settimana</strong><span>, e sono passati circa un
        paio di mesi dall’ultima: ho parecchie scusanti da spiattellare, ma sarebbe un inutile dispiegamento di bit a
        perdere.</span></p>
    <p><span>Comunque sia, per tanti motivi, è giunto il momento di </span><strong>riprendere in mano la baracca, magari
        con ritmi più umani,</strong><span> e non c’è momento migliore del classico post di fine anno.</span></p>
    <p><span>Oddio, sì, ci sarebbero momento migliori, ma </span><strong>le consuetudini globali spesso si intersecano
        con i bioritmi personali</strong><span> (e anche su questo si potrebbe discutere a lungo), per cui vi prendete
        quello che c’è. </span></p>
    <p><span>In sostanza, di cosa parliamo in questa newsletter? Eh, si parla di cicli, di cambiamenti, di crescita:
      </span><strong>il 2020 pareva un accidente, il 2021 è stato un’altalena, il 2022 si presenta come una
        incognita</strong><span> e l’Internet, che non è che lo specchio della realtà, è in fibrillazione.</span></p>
    <p>Al solito, in fondo, consigli nerd/boardgame/rpg/musicali. Come sempre se gradite la newsletter, diffondetela, se
      non vi piace, fatemelo sapere.</p>
    
    <h2 class="header-anchor-post">La crisi di mezz’età di Internet, piattaforme, persone, generazioni, strumenti
    </h2>
    <p><span>Per quanto la mia generazione possa, a buon titolo, vedere </span><strong>il web, i social, internet come
        qualcosa di nuovo, recente, addirittura “innovativo”</strong><span>, nei fatti è esattamente il retropensiero
        che ci fa percepire gli anni 90 come passati sì e no da una decina d’anni.</span></p>
    <div class="captioned-image-container">
      <img src="/images/posts/mezzaeta001.jpeg" alt="Eppure erano 10 anni fa">
    </div>
    <p><span>La stessa </span><strong>internet delle grandi piattaforme</strong><span> (web 2.0) non è roba dell’altro
        giorno. Proviamo a buttare giù due date:</span></p>
    <p><strong>Amazon </strong><span>va a profitto per la prima volta nel 2002.</span><br><strong>Gmail
      </strong><span>viene lanciato (su invito) nel 2004.</span><br><strong>Facebook </strong><span>perde il “the” e
        acquista il dominio </span><strong>Facebook.com</strong><span> nel 2006.</span><br><strong>Twitter
      </strong><span>nasce nel 2006.</span><br><strong>Google AdWords </strong><span>comincia ad operare a fine
        2000.</span></p>
    <p><span>Eh. Sono passati </span><strong>15/20 anni</strong><span>, che in tempo web paiono equivalere ad ere
        geologiche. E uso questa definizione non a caso, perché soprattutto nell’ultimo lustro abbiamo assistito ad una
        vera e propria </span><strong>sedimentazione dell’uso del web</strong><span> - e di internet tutta. Questa
        sedimentazione la metto in relazione alla familiarità che l’opinione pubblica estesa ha acquisito con questi
        strumenti, che da vere e proprie stranezze, curiosità, robe da giovani, </span><strong>sono diventati abitudine
        quotidiana consolidata</strong><span>.</span></p>
    <p><span>Non penso sia necessario insistere su questo punto: mia suocera, </span><strong>classe 41</strong><span>,
      </span><strong>usa Whatsapp</strong><span> inviando foto, meme, gif buffe e facendo videochat e
      </span><strong>segue i nipoti su Instagram</strong><span>. E vi assicuro che non è certo una fanatica della
        tecnologia.</span></p>
    <p><span>La sedimentazione e l’abitudine hanno mano a mano </span><strong>costruito l’identità di strumenti e
        applicazioni</strong><span>, a volte andando anche oltre la volontà di chi ha messo in campo questi strumenti.
      </span></p>
    <p>D’altra parte, fra le tante altre cose meravigliose, Donald A. Norman diceva:</p>
    <blockquote>
      <p><span>“We must design for the way people behave,</span><br><span>not for how we would wish them to
          behave.”</span></p>
    </blockquote>
    <p><span>Il che non è per nulla semplice, se la cosa che abbiamo pensato </span><strong>è in gran parte
        nuova.</strong></p>
    <p><strong>Siamo in piena era delle piattaforme e dei servizi.</strong><span> Se ci fate caso </span><strong>di
        Internet, ma anche di Web, si parla pochissimo</strong><span>, sempre meno. Mia suocera, mentre usa Whatsapp,
        non sa di usare un servizio che si basa su una rete telematica interconnessa: </span><strong>Internet è un
        substrato tecnologico che è diventato trasparente</strong><span> (probabilmente il sopraccitato Donald A. Norman
        ne sarà felice, visto che la complessità trasparente è uno degli obiettivi fondamentali della sua idea di
        UX).</span></p>
    <p><strong>Amazon è Amazon</strong><span>, è una entità a se stante, così come </span><strong>Instagram,
      </strong><span>o </span><strong>Telegram</strong><span>, oppure </span><strong>TikTok</strong><span>. La coscienza
        di usare uno strumento complesso, articolato e difficile appare relegata oramai unicamente ad alcuni aspetti
        precisi della vita: </span><strong>studio </strong><span>e </span><strong>lavoro.</strong></p>
    <p><span>In quel caso ci riaccorgiamo di qualcosa di </span><strong>impreciso e farragginoso</strong><span>, agibile
        unicamente, o per lo meno preferibilmente, tramite quell’oggetto </span><strong>che non è più vissuto come
        innovativo</strong><span>, ma quasi come un fastidio: </span><strong>il computer</strong><span>.</span></p>
    <p><span>Vado ancora più avanti: </span><strong>se non ci fosse stata la pandemia</strong><span>, nel 2020, l’home
        computer, il laptop, sarebbe un ricordo del passato. E con lui l’accesso al web come ancora la
      </span><strong>X-generation</strong><span> lo concepisce, tramite siti, ftp, download.</span></p>
    <p><span>Arriviamo al punto: questa </span><strong>perdita di coscienza della globalità</strong><span> di una
        struttura tecnica e sociale come Internet, a favore della </span><strong>frammentazione delle piattaforme e dei
        brand</strong><span>, se in questi anni ha rappresentato il motore, prima di tutto economico e capitalistico,
        dell’innovazione, rischia nei prossimi anni di diventarne l’ostacolo più grande.</span></p>
    <p><span>Nella prima fase globale di Internet, negli anni 90, early 2000, l’approccio era pionieristico e
        fondamentalmente </span><strong>caotico/anarchico</strong><span>: per quanto qualcuno continui a raccontarvi che
        prima del web2.0 l’interazione non fosse possibile, è una pura e semplice menzogna. </span><strong>Fin dalla sua
        nascita, Internet è stata pensata per l’interscambio di informazioni.</strong></p>
    <div class="captioned-image-container">
      <img src="/images/posts/mezzaeta002.webp" alt="da dove dgt?">
    </div>
    <p><span>In questa fase le piattaforme e gli strumenti erano </span><strong>liberi e fuori dall’obiettivo del
        business vero e proprio</strong><span>: </span><strong>email, newsgroup, gopher, relay chat</strong><span> erano
        servizi - e standard - sviluppati principalmente da università e ambienti di ricerca, e dunque liberi.</span>
    </p>
    <p><span>Attualmente ci troviamo nella </span><strong>fase di maturità (avanzata) del cosiddetto web
        2.0</strong><span>, quello che da metà del primo decennio del nuovo secolo ci ha accompagnato
      </span><strong>nell’era dei social network</strong><span>, e, contestualmente, in quella </span><strong>delle app
        e degli smartphone</strong><span>.</span></p>
    <p><span>Al contrario della prima fase, di esplorazione ed anarchica, questa fase è caratterizzata da
      </span><strong>una nuova visione di liberismo capitalista piuttosto selvaggio</strong><span>, guidato da una
        generazione di </span><strong>imprenditori visionari e sicuramente capaci di intendere la spinta
        innovativa</strong><span> di una rete interconnessa.</span></p>
    <p><span>Questa spinta ha creato uno scollamento fra la </span><strong>tecnologia/strumento
        sottostante</strong><span> e il </span><strong>prodotto/brand proposto</strong><span> da queste nuove aziende:
      </span><strong>non email, ma Gmail, non social ma Facebook (o Twitter), non streaming ma YouTube, non ecommerce,
        ma Amazon.</strong></p>
    <p><span>In questo contesto anche l’hardware ha giocato un ruolo fondamentale: </span><strong>l’avvento degli
        smartphone</strong><span> e del modello ad app ha rafforzato questa distanza. </span></p>
    <h3 class="header-anchor-post">Lo scricchiolio e il consolidamento
    </h3>
    <p><span>Le mie giunture scricchiolano, di tanto in tanto. </span><strong>Segno della maturità</strong><span>. Anche
      </span><strong>le grandi piattaforme</strong><span>, chi più, chi meno, cominciano a scricchiolare. </span></p>
    <p><span>Sicuramente </span><strong>Facebook</strong><span> negli ultimi anni è stato quello che ha subito i
        maggiori scricchiolii: dai tempi di </span><strong>Boston Analytics</strong><span> in poi, il lavoro nella
        grande F è stato difficoltoso, in termini </span><strong>legali, tecnologici, relazionali e di
        business.</strong></p>
    <p><span>Questo contesto di difficoltà ha contemporaneamente delineato il suo pubblico: i </span><strong>ventenni
        del 2006 sono diventati ormai quasi quarantenni</strong><span>, e i nuovi ventenni </span><strong>non hanno
        tanta voglia di stare con i 40enni</strong><span>. Intanto i </span><strong>50/60/70enni</strong><span>, grazie
        alla maturità stessa della piattaforma, l’hanno fatta loro, allontanando anche una parte dei 40enni che
      </span><strong>non si riconoscono più nelle nuove interazioni</strong><span>.</span></p>
    <div class="captioned-image-container">
      <img src="/images/posts/mezzaeta003.jpeg" title="buongiornissimo">
    </div>
    <p><span>Vabbè, nulla di nuovo, </span><strong>Facebook è il social dei Boomer</strong><span>. </span></p>
    <p><span>E la sua comunicazione si è adeguata: </span><strong>la presentazione del Metaverso (o di quello che Meta
        pensa sia il Metaverso) pare fatta apposta per un pubblico di next Boomer</strong><span> (la generazione X, alla
        quale appartengo) e lo stesso concetto di base non appare certamente così disruptive.</span></p>
    <p><span>L’immaginario che genera questa idea di mondo virtuale con avatar cartoon 3d </span><strong>salta fuori
        dagli anni novanta</strong><span> e no, </span><strong>non appartiene alle nuove generazioni, non le stupisce,
        non le fa sognare</strong><span>.</span></p>
    <div class="captioned-image-container">
     <img src="/images/posts/mezzaeta004.png" title="Seriously, WTF">
    </div>
    <p><span>Ma Facebook non è stata l’unica a soffrire: </span><strong><a
          href="https://en.wikipedia.org/wiki/Don%27t_be_evil" rel="nofollow ugc noopener">Google è nata con il “dont’
          be evil”</a></strong><span>, e ci avevamo creduto. Avevamo creduto alla possibilità di </span><strong>un
        consumismo dal volto buono</strong><span>, ad un nuovo ecosistema “sano”, una sorta di </span><strong>Eden
        lavorativo, capace di creare valore per la società, oltre che profitto.</strong></p>
    <p><span>Chiaramente questa immagine è ormai un ricordo lontanissimo e la grande G è diventata quella
      </span><strong>presenza liquida e ingombrante</strong><span> che gestisce gran parte dei nostri dati, ci spia, ci
        segue, è ovunque, rendendoci anche vagamente paranoici.</span></p>
    <p><strong>Amazon </strong><span>poi è la nemesi perfetta per chiunque ad oggi: </span><strong>dal negoziante del
        centro, al deputato in parlamento</strong><span>, ognuno di noi, almeno una volta a settimana, si lamenta della
        grande A, di quanto sia </span><strong>cattiva, di quanto sfrutti i lavoratori, di quanto poche tasse
        paghi</strong><span>.</span></p>
    <p><span>In realtà penso che questi </span><strong>scricchiolii nell’opinione pubblica</strong><span>, questo
        strisciante, ma continuo rimuginare su entità che hanno assunto un peso enorme nella nostra vita, e sulle quali
      </span><strong>non abbiamo assolutamente alcun controllo</strong><span>, abbia contribuito non poco al
      </span><strong>dilagare del cospirazionismo e delle teorie più strampalate</strong><span>: il sentirsi schiacciati
        fra gli ingranaggi di </span><strong>una macchina inconoscibile</strong><span> </span><em>(e molto spesso anche
        per gli addetti ai lavori è così, basti pensare alle continue elucubrazioni che facciamo per capire come un
        algoritmo social funzioni)</em><span> è svilente e trovare la risposta, che nessun altro conosce, ci fa sentire
        molto bene.</span></p>
    <p><span>Nonostante gli scricchiolii, quel che si nota all’orizzonte è in realtà </span><strong>un consolidamento
        delle grandi piattaforme</strong><span>: tutte stanno lavorando nella stessa direzione e la direzione
      </span><em>(Metaverso F a parte, che a mio personalissimo parere è una bolla)</em><span>, quella delle
      </span><strong>Intelligenze Artificiali, dei sistemi esperti, degli automatismi pervasivi e sempre più
        trasparenti</strong><span> (aridaje!)</span></p>
    <h3 class="header-anchor-post">Il 2022, i dati, l’empatia, la creatività
    </h3>
    <p><span>Il 2022 si apre ancora all’insegna della pandemia, con una </span><strong>tensione sociale</strong><span>
        forte. In questi contesti, </span><strong>decisamente di crisi</strong><span>, le cose possono andare molto
        male, ma è anche possibile vedere </span><strong>emergere energie nuove</strong><span>, lungo percorsi
        inaspettati.</span></p>
    <p><span>Vengo da </span><strong><a href="https://www.social-media-strategies.it/capodanno-2021/"
          rel="nofollow ugc noopener">quattro giorni di immersione totale nel mondo del Digital
          Marketing</a></strong><span>, quattro giorni dove ho avuto modo di ascoltare molti interventi, davvero
        notevoli, in ambiti a tratti davvero molto tecnici.</span></p>
    <p><span>Per anni in questi eventi si è parlato quasi esclusivamente di </span><strong>numeri, dati,
        tracciamento</strong><span>. Non che non si sia fatto anche in questi giorni, ma, per una serie di motivazioni,
        nei prossimi anni, per la prima volta da tempo, </span><strong>i dati in possesso di chi si occupa di strategie
        di comunicazione digitale caleranno</strong><span>. </span></p>
    <p><span>E quelli rimanenti, molto spesso, verranno dati </span><strong>in pasto a dei sistemi esperti, con sempre
        meno controllo da parte dei professionisti.</strong><span> </span></p>
    <p><span>Quindi, la parola che in questi giorni ho sentito più spesso, parlando di pianificazione, strategia,
        comunicazione, progetti è </span><strong>empatia</strong><span>. </span></p>
    <p><span>Pratiche come il </span><strong>Design Thinking </strong><span>(o la fantastica declinazione di Federica
        Brancale, lo </span><strong><a
          href="https://www.themarketingfreaks.com/2021/11/oltre-il-design-thinking-introduzione-al-libro-di-federica-brancale/"
          rel="nofollow ugc noopener">Strategic Thinking</a></strong><a
        href="https://www.themarketingfreaks.com/2021/11/oltre-il-design-thinking-introduzione-al-libro-di-federica-brancale/"
        rel="nofollow ugc noopener">)</a><span> sono ormai una realtà se non consolidata, sicuramente emergente in molti
        ambiti: </span><strong>l’innovazione passa da desideri, empatia, sensazioni,</strong><span> pur radicandosi su
        dati e obiettivi di business. </span></p>
    <p><strong>Ma senza empatia e creatività non si innova</strong><span>: ho l’impressione che sia la chiave di volta
        per riagganciarsi alla </span><strong>generazione Z e Woke</strong><span>, che ai nostri occhi appare così
        ultrasensibile e pretenziosa, lontana e egoriferita. </span><strong> </strong></p>
    <p><em>Ecco io mi porto a casa, per il 2022, questa sfida, quella di provare ad innovare, nel mio quotidiano, usando
        empatia e creatività, magari provando a rendere un po’ migliore il mondo. </em></p>
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    <h2 class="header-anchor-post">Dj Morloi consiglia…
    </h2>
    
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  <iframe width="560" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/F5tSoaJ93ac" frameborder="0" allowfullscreen>
  </iframe>
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    <p><strong>Image Dragons &amp; JID - Enemy</strong></p>
    <p><span>Ok, è una roba un po’ fuori dal mio target solito, ma è </span><strong>esemplificativo di quanto dicevo
        sopra</strong><span>: Arcane è una meraviglia </span><strong>non solo tecnologica</strong><span>, ma
      </span><strong>artigianale e artistica</strong><span>, frutto sicuramente di uno </span><strong>sforzo di
        progettazione enorme</strong><span>, che ha saputo coniugare una </span><strong>sensibilità comunicativa
        enorme</strong><span> con </span><strong>obiettivi di business sicuramente non indifferenti</strong><span> (oh,
        Netflix, Legue of Legends, son milioni). Ascoltatevi la canzone, guardatevi il cartone.</span></p>
    <div>
      <hr>
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    <h2 class="header-anchor-post">Master Morloi consiglia…
    </h2>
    <div class="captioned-image-container">
      <img src="/images/posts/mezzaeta005.jpeg" title="Quaderno con mappa isometrica di un dungeon, alcuni dadi da 6 e uno schermo/riassunto regole di 4 against darkness">
    </div>
    <p><strong><a href="https://www.msedizioni.it/prodotto/four-against-darkness/" rel="nofollow ugc noopener">Four
          Against Darkness - MS Edizioni</a></strong></p>
    <p><strong>4AD è una curiosa storia editoriale.</strong><span> Una via di mezzo fra un </span><strong>GdR oldstyle e
        un solo dungeon crawler pen &amp; paper</strong><span>. Un libretto, o meglio una serie di libretti ed
        espansioni, scritto da </span><strong>Andrea Sfiligoi</strong><span>, italianissimo e prolifico autore di giochi
        e regolamenti per wargames, </span><strong>prima in inglese in autoproduzione e tradotto solo recentemente in
        Italiano</strong><span>, dalla sempre ottima MS Edizioni. Un gioco fantastico, semplice e immediato,
        completamente fuori dal suo tempo, eppure con </span><strong><a
          href="https://www.facebook.com/groups/1184286848416650" rel="nofollow ugc noopener">una delle più belle
          comunità online</a></strong><span> che abbia incrociato da tempo.</span></p>
    <div>
      <hr>
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    <p>-Morloi-</p>
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</div>]]></content><author><name></name></author><category term="pensieri" /><category term="oldbutgold" /><category term="internet" /><summary type="html"><![CDATA[Questi post arrivano da una vecchia newsletter, ripescati accuratamente perché ritengo che abbiano ancora un valore. Non sono stati editati, per cui possono contenere riferimenti ormai obsoleti: anche dell'obsolescenza, oramai praticamente istantanea, dovremmo parlare, a lungo. Salve, io sono&nbsp;Alessandro “Morloi” Grazioli&nbsp;e questa è&nbsp;Ex-perimentia, il diario di un vecchio brontolone che guarda l’internet ed il mondo da un oblò. Sì, lo so, avevo promesso una newsletter a settimana, e sono passati circa un paio di mesi dall’ultima: ho parecchie scusanti da spiattellare, ma sarebbe un inutile dispiegamento di bit a perdere. Comunque sia, per tanti motivi, è giunto il momento di riprendere in mano la baracca, magari con ritmi più umani, e non c’è momento migliore del classico post di fine anno. Oddio, sì, ci sarebbero momento migliori, ma le consuetudini globali spesso si intersecano con i bioritmi personali (e anche su questo si potrebbe discutere a lungo), per cui vi prendete quello che c’è. In sostanza, di cosa parliamo in questa newsletter? Eh, si parla di cicli, di cambiamenti, di crescita: il 2020 pareva un accidente, il 2021 è stato un’altalena, il 2022 si presenta come una incognita e l’Internet, che non è che lo specchio della realtà, è in fibrillazione. Al solito, in fondo, consigli nerd/boardgame/rpg/musicali. Come sempre se gradite la newsletter, diffondetela, se non vi piace, fatemelo sapere. La crisi di mezz’età di Internet, piattaforme, persone, generazioni, strumenti Per quanto la mia generazione possa, a buon titolo, vedere il web, i social, internet come qualcosa di nuovo, recente, addirittura “innovativo”, nei fatti è esattamente il retropensiero che ci fa percepire gli anni 90 come passati sì e no da una decina d’anni. La stessa internet delle grandi piattaforme (web 2.0) non è roba dell’altro giorno. Proviamo a buttare giù due date: Amazon va a profitto per la prima volta nel 2002.Gmail viene lanciato (su invito) nel 2004.Facebook perde il “the” e acquista il dominio Facebook.com nel 2006.Twitter nasce nel 2006.Google AdWords comincia ad operare a fine 2000. Eh. Sono passati 15/20 anni, che in tempo web paiono equivalere ad ere geologiche. E uso questa definizione non a caso, perché soprattutto nell’ultimo lustro abbiamo assistito ad una vera e propria sedimentazione dell’uso del web - e di internet tutta. Questa sedimentazione la metto in relazione alla familiarità che l’opinione pubblica estesa ha acquisito con questi strumenti, che da vere e proprie stranezze, curiosità, robe da giovani, sono diventati abitudine quotidiana consolidata. Non penso sia necessario insistere su questo punto: mia suocera, classe 41, usa Whatsapp inviando foto, meme, gif buffe e facendo videochat e segue i nipoti su Instagram. E vi assicuro che non è certo una fanatica della tecnologia. La sedimentazione e l’abitudine hanno mano a mano costruito l’identità di strumenti e applicazioni, a volte andando anche oltre la volontà di chi ha messo in campo questi strumenti. D’altra parte, fra le tante altre cose meravigliose, Donald A. Norman diceva: “We must design for the way people behave,not for how we would wish them to behave.” Il che non è per nulla semplice, se la cosa che abbiamo pensato è in gran parte nuova. Siamo in piena era delle piattaforme e dei servizi. Se ci fate caso di Internet, ma anche di Web, si parla pochissimo, sempre meno. Mia suocera, mentre usa Whatsapp, non sa di usare un servizio che si basa su una rete telematica interconnessa: Internet è un substrato tecnologico che è diventato trasparente (probabilmente il sopraccitato Donald A. Norman ne sarà felice, visto che la complessità trasparente è uno degli obiettivi fondamentali della sua idea di UX). Amazon è Amazon, è una entità a se stante, così come Instagram, o Telegram, oppure TikTok. La coscienza di usare uno strumento complesso, articolato e difficile appare relegata oramai unicamente ad alcuni aspetti precisi della vita: studio e lavoro. In quel caso ci riaccorgiamo di qualcosa di impreciso e farragginoso, agibile unicamente, o per lo meno preferibilmente, tramite quell’oggetto che non è più vissuto come innovativo, ma quasi come un fastidio: il computer. Vado ancora più avanti: se non ci fosse stata la pandemia, nel 2020, l’home computer, il laptop, sarebbe un ricordo del passato. E con lui l’accesso al web come ancora la X-generation lo concepisce, tramite siti, ftp, download. Arriviamo al punto: questa perdita di coscienza della globalità di una struttura tecnica e sociale come Internet, a favore della frammentazione delle piattaforme e dei brand, se in questi anni ha rappresentato il motore, prima di tutto economico e capitalistico, dell’innovazione, rischia nei prossimi anni di diventarne l’ostacolo più grande. Nella prima fase globale di Internet, negli anni 90, early 2000, l’approccio era pionieristico e fondamentalmente caotico/anarchico: per quanto qualcuno continui a raccontarvi che prima del web2.0 l’interazione non fosse possibile, è una pura e semplice menzogna. Fin dalla sua nascita, Internet è stata pensata per l’interscambio di informazioni. In questa fase le piattaforme e gli strumenti erano liberi e fuori dall’obiettivo del business vero e proprio: email, newsgroup, gopher, relay chat erano servizi - e standard - sviluppati principalmente da università e ambienti di ricerca, e dunque liberi. Attualmente ci troviamo nella fase di maturità (avanzata) del cosiddetto web 2.0, quello che da metà del primo decennio del nuovo secolo ci ha accompagnato nell’era dei social network, e, contestualmente, in quella delle app e degli smartphone. Al contrario della prima fase, di esplorazione ed anarchica, questa fase è caratterizzata da una nuova visione di liberismo capitalista piuttosto selvaggio, guidato da una generazione di imprenditori visionari e sicuramente capaci di intendere la spinta innovativa di una rete interconnessa. Questa spinta ha creato uno scollamento fra la tecnologia/strumento sottostante e il prodotto/brand proposto da queste nuove aziende: non email, ma Gmail, non social ma Facebook (o Twitter), non streaming ma YouTube, non ecommerce, ma Amazon. In questo contesto anche l’hardware ha giocato un ruolo fondamentale: l’avvento degli smartphone e del modello ad app ha rafforzato questa distanza. Lo scricchiolio e il consolidamento Le mie giunture scricchiolano, di tanto in tanto. Segno della maturità. Anche le grandi piattaforme, chi più, chi meno, cominciano a scricchiolare. Sicuramente Facebook negli ultimi anni è stato quello che ha subito i maggiori scricchiolii: dai tempi di Boston Analytics in poi, il lavoro nella grande F è stato difficoltoso, in termini legali, tecnologici, relazionali e di business. Questo contesto di difficoltà ha contemporaneamente delineato il suo pubblico: i ventenni del 2006 sono diventati ormai quasi quarantenni, e i nuovi ventenni non hanno tanta voglia di stare con i 40enni. Intanto i 50/60/70enni, grazie alla maturità stessa della piattaforma, l’hanno fatta loro, allontanando anche una parte dei 40enni che non si riconoscono più nelle nuove interazioni. Vabbè, nulla di nuovo, Facebook è il social dei Boomer. E la sua comunicazione si è adeguata: la presentazione del Metaverso (o di quello che Meta pensa sia il Metaverso) pare fatta apposta per un pubblico di next Boomer (la generazione X, alla quale appartengo) e lo stesso concetto di base non appare certamente così disruptive. L’immaginario che genera questa idea di mondo virtuale con avatar cartoon 3d salta fuori dagli anni novanta e no, non appartiene alle nuove generazioni, non le stupisce, non le fa sognare. Ma Facebook non è stata l’unica a soffrire: Google è nata con il “dont’ be evil”, e ci avevamo creduto. Avevamo creduto alla possibilità di un consumismo dal volto buono, ad un nuovo ecosistema “sano”, una sorta di Eden lavorativo, capace di creare valore per la società, oltre che profitto. Chiaramente questa immagine è ormai un ricordo lontanissimo e la grande G è diventata quella presenza liquida e ingombrante che gestisce gran parte dei nostri dati, ci spia, ci segue, è ovunque, rendendoci anche vagamente paranoici. Amazon poi è la nemesi perfetta per chiunque ad oggi: dal negoziante del centro, al deputato in parlamento, ognuno di noi, almeno una volta a settimana, si lamenta della grande A, di quanto sia cattiva, di quanto sfrutti i lavoratori, di quanto poche tasse paghi. In realtà penso che questi scricchiolii nell’opinione pubblica, questo strisciante, ma continuo rimuginare su entità che hanno assunto un peso enorme nella nostra vita, e sulle quali non abbiamo assolutamente alcun controllo, abbia contribuito non poco al dilagare del cospirazionismo e delle teorie più strampalate: il sentirsi schiacciati fra gli ingranaggi di una macchina inconoscibile (e molto spesso anche per gli addetti ai lavori è così, basti pensare alle continue elucubrazioni che facciamo per capire come un algoritmo social funzioni) è svilente e trovare la risposta, che nessun altro conosce, ci fa sentire molto bene. Nonostante gli scricchiolii, quel che si nota all’orizzonte è in realtà un consolidamento delle grandi piattaforme: tutte stanno lavorando nella stessa direzione e la direzione (Metaverso F a parte, che a mio personalissimo parere è una bolla), quella delle Intelligenze Artificiali, dei sistemi esperti, degli automatismi pervasivi e sempre più trasparenti (aridaje!) Il 2022, i dati, l’empatia, la creatività Il 2022 si apre ancora all’insegna della pandemia, con una tensione sociale forte. In questi contesti, decisamente di crisi, le cose possono andare molto male, ma è anche possibile vedere emergere energie nuove, lungo percorsi inaspettati. Vengo da quattro giorni di immersione totale nel mondo del Digital Marketing, quattro giorni dove ho avuto modo di ascoltare molti interventi, davvero notevoli, in ambiti a tratti davvero molto tecnici. Per anni in questi eventi si è parlato quasi esclusivamente di numeri, dati, tracciamento. Non che non si sia fatto anche in questi giorni, ma, per una serie di motivazioni, nei prossimi anni, per la prima volta da tempo, i dati in possesso di chi si occupa di strategie di comunicazione digitale caleranno. E quelli rimanenti, molto spesso, verranno dati in pasto a dei sistemi esperti, con sempre meno controllo da parte dei professionisti. Quindi, la parola che in questi giorni ho sentito più spesso, parlando di pianificazione, strategia, comunicazione, progetti è empatia. Pratiche come il Design Thinking (o la fantastica declinazione di Federica Brancale, lo Strategic Thinking) sono ormai una realtà se non consolidata, sicuramente emergente in molti ambiti: l’innovazione passa da desideri, empatia, sensazioni, pur radicandosi su dati e obiettivi di business. Ma senza empatia e creatività non si innova: ho l’impressione che sia la chiave di volta per riagganciarsi alla generazione Z e Woke, che ai nostri occhi appare così ultrasensibile e pretenziosa, lontana e egoriferita. Ecco io mi porto a casa, per il 2022, questa sfida, quella di provare ad innovare, nel mio quotidiano, usando empatia e creatività, magari provando a rendere un po’ migliore il mondo. Dj Morloi consiglia… Image Dragons &amp; JID - Enemy Ok, è una roba un po’ fuori dal mio target solito, ma è esemplificativo di quanto dicevo sopra: Arcane è una meraviglia non solo tecnologica, ma artigianale e artistica, frutto sicuramente di uno sforzo di progettazione enorme, che ha saputo coniugare una sensibilità comunicativa enorme con obiettivi di business sicuramente non indifferenti (oh, Netflix, Legue of Legends, son milioni). Ascoltatevi la canzone, guardatevi il cartone. Master Morloi consiglia… Four Against Darkness - MS Edizioni 4AD è una curiosa storia editoriale. Una via di mezzo fra un GdR oldstyle e un solo dungeon crawler pen &amp; paper. Un libretto, o meglio una serie di libretti ed espansioni, scritto da Andrea Sfiligoi, italianissimo e prolifico autore di giochi e regolamenti per wargames, prima in inglese in autoproduzione e tradotto solo recentemente in Italiano, dalla sempre ottima MS Edizioni. Un gioco fantastico, semplice e immediato, completamente fuori dal suo tempo, eppure con una delle più belle comunità online che abbia incrociato da tempo. -Morloi-]]></summary></entry><entry><title type="html">Il Data-driven marketing è la tomba della creatività.</title><link href="https://morloi.org/blog/data-driven-marketing" rel="alternate" type="text/html" title="Il Data-driven marketing è la tomba della creatività." /><published>2021-09-25T05:59:17+02:00</published><updated>2021-09-25T05:59:17+02:00</updated><id>https://morloi.org/blog/data-driven-marketing</id><content type="html" xml:base="https://morloi.org/blog/data-driven-marketing"><![CDATA[<h2>Ma non solo, probabilmente del mercato stesso: giocare a fare gli psicostorici del marketing uccide ogni prospettiva di innovazione.</h2>
<i>Questi post arrivano da una vecchia newsletter, ripescati accuratamente perché ritengo che abbiano ancora un valore. Non sono stati editati, per cui possono contenere riferimenti ormai obsoleti: anche dell'obsolescenza, oramai praticamente istantanea, dovremmo parlare, a lungo.</i>
<div class="body markup" dir="auto">
  <p><span>Salve, io sono&nbsp;</span><strong>Alessandro “Morloi” Grazioli</strong><span>&nbsp;e questa
      è&nbsp;</span><strong>Ex-perimentia</strong><span>, il diario di un vecchio brontolone che guarda l’internet ed il
      mondo da un oblò.</span></p>
  <p>Dunque, settembre è quasi finito, siamo in autunno, e, divinità assortite volendo, siamo nuovamente in carreggiata.
  </p>
  <p><span>Settimana scorsa </span><strong><a
        href="https://experimentia.substack.com/p/jamboard-e-gli-usi-creativamente" rel="nofollow ugc noopener">ho
        tentato di raccontarvi qualcosa di personale</a></strong><span>, o meglio, qualcosa di mia figlia e dei suoi
      amici, pensando che potesse essere u</span><strong>n pattern condiviso da altri</strong><span>, dopo questo
      periodo di DaD, </span><strong>ma evidentemente no</strong><span>. È un classico: </span><strong>misuriamo sempre
      la realtà in base alle nostre esperienze</strong><span>, e in base a queste misure prendiamo le nostre decisioni,
      con risultati altalenanti.</span></p>
  <p><span>Questo </span><strong>è sempre capitato anche in ambito marketing</strong><span>, dove spesso le strategie di
      prodotto e di comunicazione, </span><strong>aldilà di panel, analisi di mercato e compagnia bella</strong><span>,
      erano </span><strong>frutto di intuizione e creatività</strong><span>, ovvero del saper </span><strong>leggere le
      tendenze</strong><span> e del </span><strong>saper cogliere l’attimo</strong><span>.</span></p>
  <p><span>Poi è arrivato il </span><strong>data-driven marketing</strong><span>, condito con l’intelligenza
      artificiale: ad oggi </span><strong>non si muove capello se non si hanno dati sottomano</strong><span>. </span>
  </p>
  
  <h2 class="header-anchor-post">Misurare, misurare tutto, misurare sempre.
  </h2>
  <p><span>Intendiamoci, il </span><strong>data-driven marketing</strong><span> non nasce in ambito digitale (forse lo
      si può legare alla nascita dei </span><strong>coupon cartacei</strong><span> - inventati da uno dei
    </span><strong>fondatori della Coca Cola</strong><span> - nel 1887, primo strumento di marketing in grado di dare un
      riscontro numerico preciso dell’efficacia della campagna), ma </span><strong>nel web trova il suo
      compimento</strong><span>.</span></p>
  <p><span>Mi sono occupato </span><strong>digital analytics</strong><span> in tempi non sospetti, prima che Google
      Analytics esistesse, e devo ammettere che questa cosa che fosse possibile </span><strong>tracciare il
      comportamento di utenti, potenziali acquirenti, clienti</strong><span>, passo - passo era dirompente ed
      emozionante.</span></p>
  <p><span>Così emozionante da sbalestrare i grandi mostri sacri delle analisi di mercato: fino ad allora per avere dati
      e riscontri, l’unica maniera possibile era affidarsi a “panel”, per cui consentire ad esperti di identificare
    </span><strong>un campione ristretto</strong><span>, e nella speranza significativo, di popolazione, fare domande,
      installare macchinetti infernali che monitoravano le preferenze televisive in cambio di gadget e premi.</span></p>
  <p><span>Le cose da inizio 2000 si sono fatte </span><strong>sempre più monitorabili</strong><span> e complesse nello
      stesso tempo. L’</span><strong>accentramento</strong><span> dell’uso di internet su alcune grandi piattaforme
      (Google per la ricerca, i grandi Social, Amazon…) e </span><strong>l’avvento della connessione 24/7</strong><span>
      tramite device portatili ha cambiato completamente le carte in tavola. </span></p>
  <p><span>Chiaramente questa </span><strong>grande massa di dati</strong><span> è nulla senza controllo: prima
      consulenti, impegnati a </span><strong>controllare, analizzare, fare a/b test, decidere quale sia l’annuncio più
      performante</strong><span> su ad-words, poi i </span><strong>sistemi esperti stessi</strong><span>, che decidono
      per i consulenti.</span></p>
  <p><span>Troverete </span><strong><a href="https://www.google.com/search?q=data+driven+marketing"
        rel="nofollow ugc noopener">centinaia di articoli, corsi, approfondimenti</a></strong><span> di come il
    </span><strong>data-driven marketing sia la manna assoluta per chi deve vendere</strong><span>, finalmente senza
      scommesse, finalmente sempre supportati dai dati, </span><strong>basta con le idee strampalate, basta con i
      direttori creativi, basta con le agenzie</strong><span>.</span></p>
  <h2 class="header-anchor-post">Musica e dati, la teoria della campana che si stringe
  </h2>
  <p>Primo, la teoria della campana che si stringe è tutta mia ed è maturata stamattina, per cui non vogliatemene.
    Secondo, prenderò come base uno dei mercati che più ha subito l’avvento del digitale, e che forse rappresenta meglio
    il concetto base che vorrei esprimere.</p>
  <blockquote>
    <p><strong>L’affidarsi completamente,</strong><span> o quasi</span><strong>, ai dati, </strong><span>per prendere
        decisioni</span><strong>, comporta a medio termine una stasi del mercato </strong><span>e una iperfocalizzazione
        del gusto</span><strong>, impoverendo la scelta </strong><span>e, nei fatti, </span><strong>distruggendo ogni
        possibilità di innovazione</strong><span>.</span></p>
  </blockquote>
  <p><span>Sì, lo so, è </span><strong>una opinione un po’ forte</strong><span>, ma proviamo a partire da capo. Qualche
      anno fa fecero parlare di sé </span><strong>una serie di ricerche sulla qualità della musica pop dagli anni 60 in
      poi</strong><span>.</span></p>
  <p><span>In </span><strong><a
        href="https://www.mic.com/articles/107896/scientists-finally-prove-why-pop-music-all-sounds-the-same"
        rel="nofollow ugc noopener">questo articolo</a></strong><span> si cita uno studio che ha tentato di misurare
    </span><strong>a livello quantitativo</strong><span> complessità e varietà di diversi generi musicali nel corso del
      tempo.</span></p>
  <div class="captioned-image-container">
           <img
              src="/images/posts/datadriven001.webp"
              
            loading="lazy" class="sizing-normal" alt="Grafico che dimostra come complessità e varietà musicali siano scesi drasticamente dagli anni 80 a oggi" /> 
       
  </div>
  <p><span>Lo studio dice diverse cose (oltre al fatto che il folk è e rimane una musica ripetitiva e poco complessa),
      la più significativa è che </span><strong>tendenzialmente i generi di nicchia iniziano poco complessi e poco
      conosciuti</strong><span>, poi arrivano ad una </span><strong>maturazione stilistica</strong><span>, che
      coincide(va) spesso con </span><strong>l’aumento di popolarità e di album usciti</strong><span>, per poi
    </span><strong>impoverirsi e concentrarsi su stilemi base</strong><span>, che sono poi quelli che
    </span><strong>tendono a vendere di più</strong><span>.</span></p>
  <p><span>L’articolo del 2015 però si spinge oltre e chiarisce che </span><strong>le case produttrici amano investire
      soldi laddove sono sicuri che i soldi arriveranno</strong><span>: per questo in quegli anni
    </span><strong>investivano già nella data-analysis</strong><span>, usando strumenti come </span><strong>Shazam e
      Hitpredictor</strong><span> (che all’epoca erano il nuovo che avanzava). Il meccanismo era - e lo è ancora adesso,
      in maniera ancora più </span><strong>subdola e nascosta</strong><span> - semplice: </span><strong>un brano/artista
      emerge dai dati</strong><span>, </span><strong>sistemi automatici cominciano ad investire su di
      lui</strong><span>, la sua musica entra nella testa della gente.</span></p>
  <p><span>Sostanzialmente </span><strong>per decidere su chi investire, si analizzano dati sui gusti che vanno per la
      maggiore</strong><span>, </span><em>spingendo ancora di più il pedale sugli stessi gusti</em><span>, generando un
      loop che porta ad emergere sempre gli stessi artisti, oppure </span><strong>sempre le canzoni con la stessa
      struttura, gli stessi accordi, gli stessi strumenti</strong><span>.</span></p>
  <p><span>Sia chiaro, </span><strong>questo si è sempre fatto</strong><span>, ma in modo </span><strong>impreciso e
      poco automatizzato</strong><span>, con </span><strong>un processo decisionale che era fatto primariamente da
      intuito</strong><span>, </span><strong>fortuna</strong><span> e capacità di </span><strong>leggere in anticipo
      mode e tendenze</strong><span>.</span></p>
  <div class="captioned-image-container">
           <img
              src="/images/posts/datadriven002.webp"
              
            loading="lazy" class="sizing-normal" alt="Asse mediano del gusto imperante" /> 
       
  </div>
  <p><span>In questo bellissimo schemino ho messo </span><strong>una simpatica gaussiana</strong><span> (che ci piace
      sempre) che indica </span><strong>il gradimento di un determinato genere/stilema/prodotto</strong><span>, desunto
      da una </span><strong>data analysis</strong><span>. </span></p>
  <p><span>Al centro ho messo questo bellissimo </span><strong>“asse del gusto imperante”, piuttosto
      autoesplicativo.</strong></p>
  <p><span>L’esempio </span><strong>vale per la musica</strong><span>, ma anche per q</span><strong>ualsiasi prodotto di
      cui si debba decidere un qualsiasi investimento</strong><span>, in sviluppo, comunicazione, produzione.</span></p>
  <p><span>Mettiamo dunque </span><strong>il caso di affidarci totalmente ad un sistema perfetto di data
      analysis</strong><span>, che ci consente di individuare con sicurezza il tipo di prodotto/gusto/comunicazione su
      cui puntare i nostri soldi.</span></p>
  <p><span>L’effetto che otterremo - </span><strong>entro probabilmente un certo limite di saturazione</strong><span>,
      che però allo stato attuale facciamo fatica a percepire - è questo:</span></p>
<div class="captioned-image-container">
           <img
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            loading="lazy" class="sizing-normal" alt="pressione sull'asse mediano" /> 
       
  </div>
  <p><strong>L’investimento incontra il gusto già imperante</strong><span>, si produce/si comunica </span><strong>un
      prodotto il più possibile vicino all’asse mediano</strong><span>. Di conseguenza </span><strong>la gaussiana si
      stringe leggermente</strong><span>, i prodotti ai margini </span><strong>hanno meno investimenti</strong><span> e
      dunque </span><strong>escono dall’orbita dei sistemi di analisi</strong><span>, che concentrano ancora di più
      l’attenzione su un’area sempre più ristretta.</span></p>
  <p><span>La cosa veramente grave è che </span><strong>l’asse mediano del gusto non si sposta di un
      millimetro</strong><span>. Ma cosa succede invece </span><strong>in un sistema “sano”</strong><span>, che punta su
      una intuizione nuova, </span><strong>su un mercato inesplorato o di nicchia</strong><span>, che decide
      deliberatamente di </span><strong>ignorare i dati, andando in esplorazione</strong><span>, puntando sulla
      creatività?</span></p>
  <div class="captioned-image-container">
           <img
              src="/images/posts/datadriven004.webp"
              
            loading="lazy" class="sizing-normal" alt="Investimenti fuori dalla comfort zone spostano l'asse" /> 
       
  </div>
  <p><strong>Se la massa di investimenti è significativa</strong><span>, magari trainata da analisi di “sentiment”
    </span><strong>difficilmente inquadrabili e isolabili in un data-analysis pura</strong><span>, quello che si può
      produrre, nella migliore delle ipotesi </span><strong>è uno spostamento della curva, anche leggero, ma
      percettibile</strong><span>. </span></p>
  <p><span>In caso contrario semplicemente </span><strong>si produrrebbero oscillazioni</strong><span>, che comunque
    </span><strong>sarebero sintomo di un sistema vivo e non cristallizzato</strong><span>.</span></p>
  <p><span>Parliamoci chiaro, </span><strong>nessuno avrebbe puntato sul Punk quando è emerso</strong><span>, se si
      fosse fatto affidamento ad una analisi dei dati. Eppure il Punk è uno dei movimenti musicali -e non solo-
    </span><strong>più significativi del secolo scorso, con una influenza abnorme su tutto il
      mercato</strong><span>.</span></p>
  <p><span>Vogliamo uscire dal mercato musicale? </span><strong>Direi che l’esempio più eclatante è quello della
      Tesla</strong><span>, capace di inventare un mercato laddove i dati non l’avrebbero mai immaginato.</span></p>
  <h2 class="header-anchor-post">Quindi tutta questione di intuizione?
  </h2>
  <p><span>Beh, sarebbe bello. Ma sappiamo tutti che non è così: </span><strong>un mercato maturo non può fare a meno
      dei dati</strong><span>, ma i dati non devono diventare una scusa e uno scudo per arroccarsi.</span></p>
  <p><span>L’</span><strong>abuso di scelte data-driven</strong><span> rappresenta un pericolo a medio periodo, si
      rischia di </span><strong>non valutare più in alcun modo creatività e ispirazione</strong><span>, così nella
      comunicazione di un prodotto, come nella sua progettazione: se per qualsiasi scelta </span><strong>ci si deve
      rivolgere ad un dato</strong><span>, come se fosse </span><strong>un magico oracolo</strong><span>, vuol dire che
    </span><strong>ci togliamo di dosso qualsiasi responsabilità</strong><span>, in un processo che diventa a lungo
      termine </span><strong>irreversibile</strong><span>. </span></p>
  <p><span>Sicuramente in questo periodo ho la sensazione che </span><strong>ci vorrebbero più idee e meno
      dati.</strong></p>
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    <hr>
  </div>
  <h2 class="header-anchor-post">Dj Morloi consiglia…
  </h2>
  
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  <iframe width="560" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/5DQiexiUjAs" frameborder="0" allowfullscreen>
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  <p><strong><span>Silver Apples</span><br></strong><span>Forse non esiste davvero un gruppo più seminale dei Silver
      Apples: musica elettro pop e glitch, ma fatta con strumenti fatti in casa, negli anni 60. Una storia incredibile,
      un gruppo da riscoprire, o da scoprire ex-novo</span></p>
  <div>
    <hr>
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  <h2 class="header-anchor-post">Master Morloi consiglia…
  </h2>
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            loading="lazy" class="sizing-normal" alt="Consigli GdR: Not The End" /> 
       
  </div>
  <p><strong><a
        href="https://www.fumblegdr.it/prodotto/not-the-end-manuale-base/?gclid=Cj0KCQjwkbuKBhDRARIsAALysV4k6i-KIxChDxXids3iIDsvcnTFF_Wvi-Bjdv7PWKxhJnSYvO7lws0aAiitEALw_wcB"
        rel="nofollow ugc noopener">Not The End // Fumble GdR</a><br></strong><span>Altro prodotto completamente
      italiano: un salto nei giochi di ruolo moderni, con un sistema di gioco veramente innovativo. Scaricate lo starter
      kit, completamente gratuito, ne vale davvero la pena.</span></p>
  <div>
    <hr>
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 </div>]]></content><author><name></name></author><category term="pensieri" /><category term="oldbutgold" /><category term="marketing" /><summary type="html"><![CDATA[Ma non solo, probabilmente del mercato stesso: giocare a fare gli psicostorici del marketing uccide ogni prospettiva di innovazione. Questi post arrivano da una vecchia newsletter, ripescati accuratamente perché ritengo che abbiano ancora un valore. Non sono stati editati, per cui possono contenere riferimenti ormai obsoleti: anche dell'obsolescenza, oramai praticamente istantanea, dovremmo parlare, a lungo. Salve, io sono&nbsp;Alessandro “Morloi” Grazioli&nbsp;e questa è&nbsp;Ex-perimentia, il diario di un vecchio brontolone che guarda l’internet ed il mondo da un oblò. Dunque, settembre è quasi finito, siamo in autunno, e, divinità assortite volendo, siamo nuovamente in carreggiata. Settimana scorsa ho tentato di raccontarvi qualcosa di personale, o meglio, qualcosa di mia figlia e dei suoi amici, pensando che potesse essere un pattern condiviso da altri, dopo questo periodo di DaD, ma evidentemente no. È un classico: misuriamo sempre la realtà in base alle nostre esperienze, e in base a queste misure prendiamo le nostre decisioni, con risultati altalenanti. Questo è sempre capitato anche in ambito marketing, dove spesso le strategie di prodotto e di comunicazione, aldilà di panel, analisi di mercato e compagnia bella, erano frutto di intuizione e creatività, ovvero del saper leggere le tendenze e del saper cogliere l’attimo. Poi è arrivato il data-driven marketing, condito con l’intelligenza artificiale: ad oggi non si muove capello se non si hanno dati sottomano. Misurare, misurare tutto, misurare sempre. Intendiamoci, il data-driven marketing non nasce in ambito digitale (forse lo si può legare alla nascita dei coupon cartacei - inventati da uno dei fondatori della Coca Cola - nel 1887, primo strumento di marketing in grado di dare un riscontro numerico preciso dell’efficacia della campagna), ma nel web trova il suo compimento. Mi sono occupato digital analytics in tempi non sospetti, prima che Google Analytics esistesse, e devo ammettere che questa cosa che fosse possibile tracciare il comportamento di utenti, potenziali acquirenti, clienti, passo - passo era dirompente ed emozionante. Così emozionante da sbalestrare i grandi mostri sacri delle analisi di mercato: fino ad allora per avere dati e riscontri, l’unica maniera possibile era affidarsi a “panel”, per cui consentire ad esperti di identificare un campione ristretto, e nella speranza significativo, di popolazione, fare domande, installare macchinetti infernali che monitoravano le preferenze televisive in cambio di gadget e premi. Le cose da inizio 2000 si sono fatte sempre più monitorabili e complesse nello stesso tempo. L’accentramento dell’uso di internet su alcune grandi piattaforme (Google per la ricerca, i grandi Social, Amazon…) e l’avvento della connessione 24/7 tramite device portatili ha cambiato completamente le carte in tavola. Chiaramente questa grande massa di dati è nulla senza controllo: prima consulenti, impegnati a controllare, analizzare, fare a/b test, decidere quale sia l’annuncio più performante su ad-words, poi i sistemi esperti stessi, che decidono per i consulenti. Troverete centinaia di articoli, corsi, approfondimenti di come il data-driven marketing sia la manna assoluta per chi deve vendere, finalmente senza scommesse, finalmente sempre supportati dai dati, basta con le idee strampalate, basta con i direttori creativi, basta con le agenzie. Musica e dati, la teoria della campana che si stringe Primo, la teoria della campana che si stringe è tutta mia ed è maturata stamattina, per cui non vogliatemene. Secondo, prenderò come base uno dei mercati che più ha subito l’avvento del digitale, e che forse rappresenta meglio il concetto base che vorrei esprimere. L’affidarsi completamente, o quasi, ai dati, per prendere decisioni, comporta a medio termine una stasi del mercato e una iperfocalizzazione del gusto, impoverendo la scelta e, nei fatti, distruggendo ogni possibilità di innovazione. Sì, lo so, è una opinione un po’ forte, ma proviamo a partire da capo. Qualche anno fa fecero parlare di sé una serie di ricerche sulla qualità della musica pop dagli anni 60 in poi. In questo articolo si cita uno studio che ha tentato di misurare a livello quantitativo complessità e varietà di diversi generi musicali nel corso del tempo. Lo studio dice diverse cose (oltre al fatto che il folk è e rimane una musica ripetitiva e poco complessa), la più significativa è che tendenzialmente i generi di nicchia iniziano poco complessi e poco conosciuti, poi arrivano ad una maturazione stilistica, che coincide(va) spesso con l’aumento di popolarità e di album usciti, per poi impoverirsi e concentrarsi su stilemi base, che sono poi quelli che tendono a vendere di più. L’articolo del 2015 però si spinge oltre e chiarisce che le case produttrici amano investire soldi laddove sono sicuri che i soldi arriveranno: per questo in quegli anni investivano già nella data-analysis, usando strumenti come Shazam e Hitpredictor (che all’epoca erano il nuovo che avanzava). Il meccanismo era - e lo è ancora adesso, in maniera ancora più subdola e nascosta - semplice: un brano/artista emerge dai dati, sistemi automatici cominciano ad investire su di lui, la sua musica entra nella testa della gente. Sostanzialmente per decidere su chi investire, si analizzano dati sui gusti che vanno per la maggiore, spingendo ancora di più il pedale sugli stessi gusti, generando un loop che porta ad emergere sempre gli stessi artisti, oppure sempre le canzoni con la stessa struttura, gli stessi accordi, gli stessi strumenti. Sia chiaro, questo si è sempre fatto, ma in modo impreciso e poco automatizzato, con un processo decisionale che era fatto primariamente da intuito, fortuna e capacità di leggere in anticipo mode e tendenze. In questo bellissimo schemino ho messo una simpatica gaussiana (che ci piace sempre) che indica il gradimento di un determinato genere/stilema/prodotto, desunto da una data analysis. Al centro ho messo questo bellissimo “asse del gusto imperante”, piuttosto autoesplicativo. L’esempio vale per la musica, ma anche per qualsiasi prodotto di cui si debba decidere un qualsiasi investimento, in sviluppo, comunicazione, produzione. Mettiamo dunque il caso di affidarci totalmente ad un sistema perfetto di data analysis, che ci consente di individuare con sicurezza il tipo di prodotto/gusto/comunicazione su cui puntare i nostri soldi. L’effetto che otterremo - entro probabilmente un certo limite di saturazione, che però allo stato attuale facciamo fatica a percepire - è questo: L’investimento incontra il gusto già imperante, si produce/si comunica un prodotto il più possibile vicino all’asse mediano. Di conseguenza la gaussiana si stringe leggermente, i prodotti ai margini hanno meno investimenti e dunque escono dall’orbita dei sistemi di analisi, che concentrano ancora di più l’attenzione su un’area sempre più ristretta. La cosa veramente grave è che l’asse mediano del gusto non si sposta di un millimetro. Ma cosa succede invece in un sistema “sano”, che punta su una intuizione nuova, su un mercato inesplorato o di nicchia, che decide deliberatamente di ignorare i dati, andando in esplorazione, puntando sulla creatività? Se la massa di investimenti è significativa, magari trainata da analisi di “sentiment” difficilmente inquadrabili e isolabili in un data-analysis pura, quello che si può produrre, nella migliore delle ipotesi è uno spostamento della curva, anche leggero, ma percettibile. In caso contrario semplicemente si produrrebbero oscillazioni, che comunque sarebero sintomo di un sistema vivo e non cristallizzato. Parliamoci chiaro, nessuno avrebbe puntato sul Punk quando è emerso, se si fosse fatto affidamento ad una analisi dei dati. Eppure il Punk è uno dei movimenti musicali -e non solo- più significativi del secolo scorso, con una influenza abnorme su tutto il mercato. Vogliamo uscire dal mercato musicale? Direi che l’esempio più eclatante è quello della Tesla, capace di inventare un mercato laddove i dati non l’avrebbero mai immaginato. Quindi tutta questione di intuizione? Beh, sarebbe bello. Ma sappiamo tutti che non è così: un mercato maturo non può fare a meno dei dati, ma i dati non devono diventare una scusa e uno scudo per arroccarsi. L’abuso di scelte data-driven rappresenta un pericolo a medio periodo, si rischia di non valutare più in alcun modo creatività e ispirazione, così nella comunicazione di un prodotto, come nella sua progettazione: se per qualsiasi scelta ci si deve rivolgere ad un dato, come se fosse un magico oracolo, vuol dire che ci togliamo di dosso qualsiasi responsabilità, in un processo che diventa a lungo termine irreversibile. Sicuramente in questo periodo ho la sensazione che ci vorrebbero più idee e meno dati. Dj Morloi consiglia… Silver ApplesForse non esiste davvero un gruppo più seminale dei Silver Apples: musica elettro pop e glitch, ma fatta con strumenti fatti in casa, negli anni 60. Una storia incredibile, un gruppo da riscoprire, o da scoprire ex-novo Master Morloi consiglia… Not The End // Fumble GdRAltro prodotto completamente italiano: un salto nei giochi di ruolo moderni, con un sistema di gioco veramente innovativo. Scaricate lo starter kit, completamente gratuito, ne vale davvero la pena.]]></summary></entry><entry><title type="html">Jamboard e gli usi creativamente impropri delle tecnologie.</title><link href="https://morloi.org/blog/jamboard-usi-creativi" rel="alternate" type="text/html" title="Jamboard e gli usi creativamente impropri delle tecnologie." /><published>2021-09-18T05:59:17+02:00</published><updated>2021-09-18T05:59:17+02:00</updated><id>https://morloi.org/blog/jamboard-usi-creativi</id><content type="html" xml:base="https://morloi.org/blog/jamboard-usi-creativi"><![CDATA[<h3>Come mia figlia e i suoi compagni hanno creato un social caotico e colorato usando gli strumenti della famigerata DAD</h3>
      <div class="available-content">
        <div class="body markup" dir="auto">
          <p>In passato ho tentato di
              tracciare un percorso fra ego e passione come motori di comunicazione e aggregazione in rete, questa
              settimana invece proverò a raccontarvi <strong>cosa è successo nella classe di mia
              figlia</strong><span> (che ora ha 13 anni - ora nel 2025 n.e. -), ma questa storia inizia durante il primo lockdown,
              per cui alla fine della seconda): tranquilli </span><strong>non si tratta di un discorso sulla DAD (o DII,
              che poi è uguale)</strong><span>, anche se nasce in quel contesto.</span></p>
          <p>A fine articolo i soliti consigli Musical/GdR/Boardgame. Come sempre la newsletter è gratuita, ma il
            sostegno è ben accetto!</p>
                 
          <h1 class="header-anchor-post">La scuola primaria, Google Classroom, la Dad, i compagni di classe
          </h1>
          <p><span>Ve l’ho promesso, non parlerò di Dad, </span><strong>anche se ho una idea precisa in
              merito</strong><span>, in qualche maniera distante dal “sentire comune”. Sta di fatto che genitori,
              bambini, insegnanti si sono dovuti confrontare con </span><strong>un modus vivendi che non era
              previsto</strong><span> e forse anche scarsamente contemplabile in un contesto come quello della scuola
              italiana.</span></p>
          <p><span>In particolare, per </span><strong>insegnanti e bambini del primo ciclo della scuola
              dell’obbligo,</strong><span> fra le varie problematiche che si sono presentate, una è stata quella
              dell’adozione di una - o più - </span><strong>piattaforme in grado di sostenere la didattica a distanza,
              fra compiti, lezioni in diretta, strumenti di condivisione</strong><span>: in molti casi, negli altri
              cicli, questi strumenti, seppure scarsamente utilizzati, erano già attivi e usati da studenti e
              professori.</span></p>
          <p><span>Nel caso della scuola di Cecila (classe 2012), </span><strong>la scelta è andata verso Google
              Classroom</strong><span>, che molti di voi conosceranno.</span></p>
            <img src="/images/posts/jamboard001.webp" alt="Alcune delle Jamboard di mia figlia. Sì è il caos." />
           
          <p><span>Lo spaesamento iniziale per genitori e bambini è stato tanto. </span><strong>Si è dovuto imparare
              molto, molto in fretta</strong><span>. Cecilia -che ha un babbo nerd- si è ritrovata con un
            </span><strong>laptop HP di 11 anni fa</strong><span>, upgradato con un hd a stato solido, con sopra una
            </span><strong>distribuzione Linux</strong><span> agile, mentre molti altri si sono dovuti accontentare,
              soprattutto inizialmente, di </span><strong>telefonini e/o tablet</strong><span>.</span></p>
          <blockquote>
            <p><span>Piccola digressione: </span><strong>i tablet in questo contesto sono sostanzialmente quasi
                inutili</strong><span>. Schermo piccolo, assenza di tastiera fisica, funzionalità limitata di diversi
                strumenti della suite. </span><strong>Date ai bambini dei computer veri, please.</strong></p>
          </blockquote>
          <p><span>Come detto da molti, nei contesti di Dad </span><strong>una delle componenti più critiche è stata la
              scomparsa dell’interazione fra bambini</strong><span>, del rapporto umano tipico di una classe, fatto di
            </span><strong>chiacchericcio, litigate, risate, piccole invidie, fantasia</strong><span>.</span></p>
          <p><span>I bambini delle elementari (scusate se ogni tanto mi scappa questo termine, è la vecchiaia)
            </span><strong>non hanno - nella maggior parte dei casi - un cellulare</strong><span>, per cui
              effettivamente la possibilità di comunicazione con i compagni si limitava a qualche
            </span><strong>videochat Whatsapp con il cellulare dei genitori</strong><span>. Insomma, non il
              massimo.</span></p>
          <p><span>Ma si sa che le difficoltà aguzzano l’ingegno. Come molti di voi sapranno, fra gli strumenti della
              suite Google ne esiste (nel 2025 non esiste più, sadly) uno peculiare, </span><strong><a
                href="https://edu.google.com/intl/ALL_it/products/jamboard/"
                rel="nofollow ugc noopener">Jamboard</a><span>.</span></strong></p>
          <p>Dal sito ufficiale: </p>
          <h3 class="header-anchor-post">"Grazie a strumenti per la creatività e la gestione dei contenuti come
            Jamboard, tutti gli studenti possono trovare risposte e presentarle allo stesso modo in cui farebbe un
            insegnante. È un modo di dare voce a ognuno di loro, indipendentemente dal livello."
          </h3>
          <p><span>In parole povere: </span><strong>una lavagna multimediale condivisa</strong><span>. Dove chi è
              invitato può modificare liberamente il contenuto. Spazio bianco, qualche strumento base - linee, forme,
              note, testi, inclusione immagini, ogni Board può avere più pagine.</span></p>
          <h2 class="header-anchor-post">Jamboard: la lavagna che diventa social
          </h2>
          <p><span>Intendiamoci, </span><strong>Jamboard è un ottimo strumento di interazione per piccoli
              gruppi</strong><span> e sicuramente ha una sua precisa </span><strong>funzione didattica</strong><span>.
              Una cosa che però mia figlia, e la classe intera, come immagino tanti altri nelle loro condizioni, ha
              imparato presto, è che, al contrario della scuola, </span><strong>l’ambiente Google che è stato loro
              offerto, è aperto sempre.</strong><span> </span></p>
          <p><span>È dunque possibile accedere in ogni momento - anche senza controllo - alle </span><strong>bacheche
              Classroom</strong><span>, ai documenti condivisi, </span><strong>alle Board
              JamBoard</strong><span>.</span></p>
          <p><span>Non solo. </span><strong>È possibile per gli studenti aprire nuove board</strong><span>,
              condividendole solo con alcuni degli studenti, creando nei fatti delle </span><strong>vere e proprie
              stanzette</strong><span>.</span></p>
          <p><span>Attenzione: </span><strong>non è mia intenzione parlare in questo contesto di privacy, opportunità,
              controllo, accesso a internet di minori</strong><span>, tutte questioni rilevanti, ma non sono il punto
              della questione.</span></p>
          <p><span>Quello che mi interessa è vedere come </span><strong>questi studenti, fra i 7 e 9 anni, abbiano
              trasformato JamBoard in un vero e proprio social</strong><span>, piegando gli strumenti forniti, spartani
              e davvero semplici, ai loro bisogni comunicativi.</span></p>
          <h4 class="header-anchor-post">Jamboard come Chat realtime
          </h4>
          <p><span>Il primo contesto in cui ho visto i ragazzi interagire è stato piuttosto naturale:
            </span><strong>avevano usato Jamboard per una esercitazione</strong><span>, mentre erano anche in Meet. A
              fine esercitazione </span><strong>Meet è stato chiuso dall’insegnant</strong><span>e, mentre
            </span><strong>la Jam è rimasta attiva</strong><span>, e Cecilia ed i suoi amici </span><strong>hanno
              cominciato ad usare le note per chiacchierare:</strong></p>
                  <img src="/images/posts/jamboard002.webp" alt="Metto un mio esempio, così non ci va di mezzo mia figlia ;)" />
          <p><span>Chiaro no? La cosa bella era il </span><strong>marasma caotico</strong><span>, perché ognuno poteva
            </span><strong>scrivere, cambiare, riscrivere, in un flusso ipnotico e sicuramente
              confusionario</strong><span>. </span></p>
          <p><span>Il mezzo aveva dei limiti enormi, non si capiva chi aveva scritto cosa, chiunque poteva cancellare le
              creazioni altrui, insomma, </span><strong>un flusso di coscienza collettivo più che una
              chat</strong><span>. </span></p>
          <p><strong>Comunque era quello di cui Ceci e alcuni dei suoi compagni avevano bisogno.</strong></p>
          <p><span>L’entusiasmo di mia figlia a quel punto era alle stelle. Il salto successivo è stato
            </span><strong>capire come creare le proprie JamBoard</strong><span> (tempo netto 15 secondi) e
            </span><strong>invitarci dentro i propri compagni</strong><span> (altri 20 secondi forse).</span></p>
          <p><span>Il più era fatto. </span><strong>Poi ha scoperto la persistenza del mezzo.</strong></p>
          <h4 class="header-anchor-post">Jamboard come ProtoSocial
          </h4>
          <p><span>Ora il profilo scolastico di mia figlia è </span><strong>una collezione di una ventina di
              JamBoard</strong><span>, alcune dai titoli evocativi, come </span><strong>“Chat Privata Pietro, Aurora,
              Ceci”</strong><span>, oppure </span><strong>“Album Aurora Cecila”</strong><span>, o anche
            </span><strong>“CHE RIDERE!!!!”</strong><span>.</span></p>
          <p><span>Lo dico sinceramente, queste jamboard sono spettacolari: </span><strong>scambi di battute, qualche
              confidenza, foto buffe trovate sul web (gatti su tutto, ovviamente), composizioni e disegni di ogni
              tipo</strong><span>.</span></p>
          <img src="/images/posts/jamboard003.webp" alt="Alcune delle Jamboard di mia figlia. Sì è il caos." />
          <p><strong>Non posso sicuramente pubblicare le cose più intime</strong><span> - e qualcosa nonostante l’età -
              c’è già, ma ovviamente, con il consenso di Cecilia </span><strong>mantengo il controllo del tutto, come è
              giusto che sia.</strong></p>
          <p><span>L’altra cosa notevole è </span><strong>che questo tipo di interazione è proseguito anche al termine
              della Dad</strong><span>, come se effettivamente </span><strong>uno spazio di comunicazione - e creazione
              - protetto e condiviso liberamente</strong><span> con un </span><strong>sottoinsieme delle relazioni
              obbligate tipiche di quell’età</strong><span>, rispondesse ad una </span><strong>necessità
              concreta</strong><span>.</span></p>
          <h3 class="header-anchor-post">Qualche considerazione finale
          </h3>
          <p><span>Ecco, una cosa che mi piacerebbe capire, </span><strong>magari anche da maestri e altri
              genitori</strong><span>, è se questa dinamica </span><strong>sia una cosa diffusa, oppure un
              unicum</strong><span>. Cercando in rete </span><strong>non ho trovate evidenze di un uso diffuso di questo
              tipo</strong><span>, ma dubito sinceramente che Cecilia ed i suoi amici </span><strong>non abbiano alter
              ego che abbiano fatto lo stesso percorso</strong><span>.</span></p>
          <p><span>L’altra considerazione è </span><strong>la capacità di andare oltre alle intenzioni di progettisti e
              sviluppatori</strong><span>, forzando le caratteristiche di un prodotto per </span><strong>renderlo
              qualcosa di altro, nuovo, potenzialmente dirompente</strong><span>.</span></p>
          <p><span>Ambienti di questo genere, </span><strong>completamente avulsi da meccaniche
              precostituite</strong><span>, consentono agli utenti, specialmente così giovani, </span><strong>di trovare
              modi d’uso inediti, creativi, sottilmente rivoluzionari. Insomma, secondo me è un bel segnale.</strong>
          </p>
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          </div>
          <h2 class="header-anchor-post">Dj Morloi consiglia…
          </h2>
            
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  </iframe>
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          <p><strong><span>Goodbye//Apparat</span><br></strong><span>Certo non una novità, un pezzo, un album, un
              artista strepitoso. Qui con un montaggio di quello splendore di serie che è Dark, di cui è stato tema di
              apertura. </span></p>
          <div>
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          <h2 class="header-anchor-post">Master Morloi consiglia…
          </h2>
                    <img src="/images/posts/jamboard004.webp" alt="Katakumbas!" />

          <p><strong><span>KATA KUMBAS // Il medioevo fantastico italico!</span><br><a
                href="https://it.wikipedia.org/wiki/Kata_Kumbas" rel="nofollow ugc noopener">Kata
                Kumbas</a></strong><span> è il secondo gioco di ruolo </span><strong>completamente
              italiano</strong><span>, nato negli anni 80. Sistema di gioco semplice e unico,
            </span><strong>ambientazione splendida, in un medioevo fantastico italiano</strong><span>, fra Calvino e
              Brancaleone di Monicelli. Purtroppo non più in vendita, ma esiste qualcosa di simile, almeno negli
              intenti, per la V edizione di D&amp;D: </span><strong><a
                href="https://www.kickstarter.com/projects/acherongames/brancalonia-the-spaghetti-fantasy-rpg?lang=it"
                rel="nofollow ugc noopener">Brancalonia</a></strong><span>.</span></p>
          <div>
            <hr>
          </div>
          <p>E con questo è veramente tutto: al solito, se vi è piaciuta, condividete, se no, fatemelo sapere!</p>
          <p>A presto, vostro,</p>
          <p><strong>Morloi</strong></p>
          <p></p>
        </div>
      </div>]]></content><author><name></name></author><category term="pensieri" /><category term="oldbutgold" /><category term="internet" /><summary type="html"><![CDATA[Come mia figlia e i suoi compagni hanno creato un social caotico e colorato usando gli strumenti della famigerata DAD In passato ho tentato di tracciare un percorso fra ego e passione come motori di comunicazione e aggregazione in rete, questa settimana invece proverò a raccontarvi cosa è successo nella classe di mia figlia (che ora ha 13 anni - ora nel 2025 n.e. -), ma questa storia inizia durante il primo lockdown, per cui alla fine della seconda): tranquilli non si tratta di un discorso sulla DAD (o DII, che poi è uguale), anche se nasce in quel contesto. A fine articolo i soliti consigli Musical/GdR/Boardgame. Come sempre la newsletter è gratuita, ma il sostegno è ben accetto! La scuola primaria, Google Classroom, la Dad, i compagni di classe Ve l’ho promesso, non parlerò di Dad, anche se ho una idea precisa in merito, in qualche maniera distante dal “sentire comune”. Sta di fatto che genitori, bambini, insegnanti si sono dovuti confrontare con un modus vivendi che non era previsto e forse anche scarsamente contemplabile in un contesto come quello della scuola italiana. In particolare, per insegnanti e bambini del primo ciclo della scuola dell’obbligo, fra le varie problematiche che si sono presentate, una è stata quella dell’adozione di una - o più - piattaforme in grado di sostenere la didattica a distanza, fra compiti, lezioni in diretta, strumenti di condivisione: in molti casi, negli altri cicli, questi strumenti, seppure scarsamente utilizzati, erano già attivi e usati da studenti e professori. Nel caso della scuola di Cecila (classe 2012), la scelta è andata verso Google Classroom, che molti di voi conosceranno. Lo spaesamento iniziale per genitori e bambini è stato tanto. Si è dovuto imparare molto, molto in fretta. Cecilia -che ha un babbo nerd- si è ritrovata con un laptop HP di 11 anni fa, upgradato con un hd a stato solido, con sopra una distribuzione Linux agile, mentre molti altri si sono dovuti accontentare, soprattutto inizialmente, di telefonini e/o tablet. Piccola digressione: i tablet in questo contesto sono sostanzialmente quasi inutili. Schermo piccolo, assenza di tastiera fisica, funzionalità limitata di diversi strumenti della suite. Date ai bambini dei computer veri, please. Come detto da molti, nei contesti di Dad una delle componenti più critiche è stata la scomparsa dell’interazione fra bambini, del rapporto umano tipico di una classe, fatto di chiacchericcio, litigate, risate, piccole invidie, fantasia. I bambini delle elementari (scusate se ogni tanto mi scappa questo termine, è la vecchiaia) non hanno - nella maggior parte dei casi - un cellulare, per cui effettivamente la possibilità di comunicazione con i compagni si limitava a qualche videochat Whatsapp con il cellulare dei genitori. Insomma, non il massimo. Ma si sa che le difficoltà aguzzano l’ingegno. Come molti di voi sapranno, fra gli strumenti della suite Google ne esiste (nel 2025 non esiste più, sadly) uno peculiare, Jamboard. Dal sito ufficiale: "Grazie a strumenti per la creatività e la gestione dei contenuti come Jamboard, tutti gli studenti possono trovare risposte e presentarle allo stesso modo in cui farebbe un insegnante. È un modo di dare voce a ognuno di loro, indipendentemente dal livello." In parole povere: una lavagna multimediale condivisa. Dove chi è invitato può modificare liberamente il contenuto. Spazio bianco, qualche strumento base - linee, forme, note, testi, inclusione immagini, ogni Board può avere più pagine. Jamboard: la lavagna che diventa social Intendiamoci, Jamboard è un ottimo strumento di interazione per piccoli gruppi e sicuramente ha una sua precisa funzione didattica. Una cosa che però mia figlia, e la classe intera, come immagino tanti altri nelle loro condizioni, ha imparato presto, è che, al contrario della scuola, l’ambiente Google che è stato loro offerto, è aperto sempre. È dunque possibile accedere in ogni momento - anche senza controllo - alle bacheche Classroom, ai documenti condivisi, alle Board JamBoard. Non solo. È possibile per gli studenti aprire nuove board, condividendole solo con alcuni degli studenti, creando nei fatti delle vere e proprie stanzette. Attenzione: non è mia intenzione parlare in questo contesto di privacy, opportunità, controllo, accesso a internet di minori, tutte questioni rilevanti, ma non sono il punto della questione. Quello che mi interessa è vedere come questi studenti, fra i 7 e 9 anni, abbiano trasformato JamBoard in un vero e proprio social, piegando gli strumenti forniti, spartani e davvero semplici, ai loro bisogni comunicativi. Jamboard come Chat realtime Il primo contesto in cui ho visto i ragazzi interagire è stato piuttosto naturale: avevano usato Jamboard per una esercitazione, mentre erano anche in Meet. A fine esercitazione Meet è stato chiuso dall’insegnante, mentre la Jam è rimasta attiva, e Cecilia ed i suoi amici hanno cominciato ad usare le note per chiacchierare: Chiaro no? La cosa bella era il marasma caotico, perché ognuno poteva scrivere, cambiare, riscrivere, in un flusso ipnotico e sicuramente confusionario. Il mezzo aveva dei limiti enormi, non si capiva chi aveva scritto cosa, chiunque poteva cancellare le creazioni altrui, insomma, un flusso di coscienza collettivo più che una chat. Comunque era quello di cui Ceci e alcuni dei suoi compagni avevano bisogno. L’entusiasmo di mia figlia a quel punto era alle stelle. Il salto successivo è stato capire come creare le proprie JamBoard (tempo netto 15 secondi) e invitarci dentro i propri compagni (altri 20 secondi forse). Il più era fatto. Poi ha scoperto la persistenza del mezzo. Jamboard come ProtoSocial Ora il profilo scolastico di mia figlia è una collezione di una ventina di JamBoard, alcune dai titoli evocativi, come “Chat Privata Pietro, Aurora, Ceci”, oppure “Album Aurora Cecila”, o anche “CHE RIDERE!!!!”. Lo dico sinceramente, queste jamboard sono spettacolari: scambi di battute, qualche confidenza, foto buffe trovate sul web (gatti su tutto, ovviamente), composizioni e disegni di ogni tipo. Non posso sicuramente pubblicare le cose più intime - e qualcosa nonostante l’età - c’è già, ma ovviamente, con il consenso di Cecilia mantengo il controllo del tutto, come è giusto che sia. L’altra cosa notevole è che questo tipo di interazione è proseguito anche al termine della Dad, come se effettivamente uno spazio di comunicazione - e creazione - protetto e condiviso liberamente con un sottoinsieme delle relazioni obbligate tipiche di quell’età, rispondesse ad una necessità concreta. Qualche considerazione finale Ecco, una cosa che mi piacerebbe capire, magari anche da maestri e altri genitori, è se questa dinamica sia una cosa diffusa, oppure un unicum. Cercando in rete non ho trovate evidenze di un uso diffuso di questo tipo, ma dubito sinceramente che Cecilia ed i suoi amici non abbiano alter ego che abbiano fatto lo stesso percorso. L’altra considerazione è la capacità di andare oltre alle intenzioni di progettisti e sviluppatori, forzando le caratteristiche di un prodotto per renderlo qualcosa di altro, nuovo, potenzialmente dirompente. Ambienti di questo genere, completamente avulsi da meccaniche precostituite, consentono agli utenti, specialmente così giovani, di trovare modi d’uso inediti, creativi, sottilmente rivoluzionari. Insomma, secondo me è un bel segnale. Dj Morloi consiglia…]]></summary></entry><entry><title type="html">Da topic centered a self centered</title><link href="https://morloi.org/blog/da-topic-centered-a-self-centered" rel="alternate" type="text/html" title="Da topic centered a self centered" /><published>2021-09-04T05:59:17+02:00</published><updated>2021-09-04T05:59:17+02:00</updated><id>https://morloi.org/blog/da-topic-centered-a-self-centered</id><content type="html" xml:base="https://morloi.org/blog/da-topic-centered-a-self-centered"><![CDATA[<p><span>Oggi ho voglia di ragionare, assieme a voi, su uno dei temi di cui si discute dall’avvento
    dei primi social: </span><strong>è vero che l’uso - e abuso - dei</strong><span> </span><strong>moderni strumenti di
    socializzazione digitale</strong><span> </span><strong>è primariamente egoriferito</strong><span>? </span></p>
<p><strong>I social sono semplicemente uno specchio delle vanità</strong><span>, oppure rappresentano ancora il
  </span><strong>disperato e umano tentativo di condividere una parte di se stessi</strong><span> per ritrovarla negli
    altri e sentirsi meno soli?</span></p>
<p><span>Badate, non sarà in alcun modo un “</span><strong>ehhh, quanto si stava meglio, quando si stava
    peggio”</strong><span>, piuttosto il tentativo di capire </span><strong>se sia così vero lo spostamento in chiave
    egocentrica tante volte attribuito ai social</strong><span>.</span></p>
<p>Ci siamo? Si parte!</p>
<h1 class="header-anchor-post">Cosa si fa e cosa si faceva sull’internet
</h1>
<p><span>Chi mi segue da un po’ sa che il mio punto di vista è sempre quello di un appartenente alla
  </span><strong>Generazione X</strong><span> che ha conosciuto l’avvento sia di Internet, sia della telefonia
    mobile.</span></p>
  
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  </iframe>
</div>
      

  <p><span>All’epoca del primo boom, in Italia, </span><strong>attorno alla fine degli anni ‘90 del secolo
    scorso</strong><span>, ci si sperticava con amici e conoscenti a descrivere con parole roboanti </span><strong>il
    mondo prossimo venturo</strong><span>: grazie alla rete sarebbe stato possibile visitare i musei senza spostarsi (ad
    inizio 2000 il Louvre aprì la sua sezione di </span><a
    href="https://web.archive.org/web/20000302005400/http://www.louvre.fr/" rel="nofollow ugc noopener">“visite
    virtuali”</a><span>), comprare ogni genere di beni da ovunque nel mondo, informarsi su ogni argomento e - questo è
    fondamentale - </span><strong>conoscere persone in tutto il mondo che condividessero i nostri stessi interessi.
  </strong></p>
<p><span>All’epoca il web era giovane e immaturo, per cui la funzione di aggregazione era delegata a strumenti
    extra-web, come </span><strong>i newsgroup</strong><span>, le </span><strong>mailing list</strong><span>, i canali
  </span><strong>Internet Relay Chat</strong><span>, i </span><strong>Mud</strong><span> e i
  </span><strong>Moo</strong><span> (ambienti di gioco multiutente). </span></p>
<p><span>Tutti questi strumenti avevano in comune una cosa: </span><strong>erano topic-centered</strong><span>, ovvero
  </span><strong>riunivano persone attorno ad argomenti di interesse e discussione</strong><span>.</span></p>
<p><span>Esistevano anche </span><strong>canali “generici”</strong><span>, che però fungevano unicamente da
  </span><strong>recipienti di spam</strong><span> e come </span><strong>momento di familiarizzazione con lo
    strumento</strong><span>, prima di decidere da che parte girarsi.</span></p>
<p><span>Allora come adesso, i modelli di interazione erano due: </span><strong>sincroni e
    asincrono</strong><span>.</span></p>
<p><strong>L’interazione sincrona</strong><span> necessità della </span><strong>presenza virtuale contemporanea degli
    elementi dell’interazione stessa</strong><span>, che avviene in tempo reale: </span><strong>le chat e i mud (in
    parte)</strong><span> sono il classico esempio di interazione sincrona.</span></p>
<p><span>All’epoca </span><strong>la connessione continua era ancora nella maggior parte dei casi una
    utopia</strong><span> (noi si giocava ai mud dai terminali dell’università, ad esempio), per cui
  </span><strong>l’interazione asincrona era di gran lunga preferita</strong><span>: si leggeva, si scriveva, si
    inviava, </span><strong>si aspettava l’eventuale moderazione e pubblicazione</strong><span>, poi gli altri a loro
    volta leggevano e così via.</span></p>
<p><span>Spesso all’epoca la comunicazione asincrona </span><strong>aveva tempi medi di 24 ore almeno per uno scambio
    completo</strong><span>: un tempo notevolissimo se confrontato a quelli delle piattaforme odierne.</span></p>
<h2 class="header-anchor-post">Riunirsi attorno al topic (il topic è legge)
</h2>
<p><span>Che fosse </span><strong>un newsgroup</strong><span>, o ancora peggio, </span><strong>una mailing
    list</strong><span>, lo stimolo fondamentale all’ingresso nella comunità era il Topic, l’argomento di discussione.
  </span></p>
<p><strong>Il proprio sé si costruiva attorno alla passione e alla competenza</strong><span> (vera o presunta)
    dell’argomento; chi entrava in un newsgroup, prima di interagire </span><strong>doveva leggersi le regole del
    gruppo</strong><span>, che spesso comprendevano </span><strong>una faq</strong><span>, per evitare di sentirsi
    rivolgere sempre le stesse domande - </span><strong>e costringere gli utenti più esperti a dare sempre le stesse
    risposte</strong><span> -, oppure, più spesso, a </span><strong>litigare sempre sugli stessi
    argomenti</strong><span>.</span></p>
<p><span>Il fatto che </span><strong>il luogo di ritrovo fosse digitale</strong><span>, non cambiava di fondo le forme
    di interazione: c’erano i </span><strong>newbie</strong><span>, quelli appena arrivati che venivano tirati su a
    rispostacce e battute sulla loro ingenuità e incompetenza, c’erano i </span><strong>lurker</strong><span>, che
  </span><strong>si mettevano in un angolo e non aprivano bocca</strong><span>, ma leggevano tutto, c’erano
  </span><strong>gli esperti</strong><span>, spesso divisi in tribù, a seconda delle opinioni sugli argomenti più
    spinosi.</span></p>
<p><strong>Era un grosso bar</strong><span>, dove potevano scatenarsi </span><strong>flame orribili con centinaia di
    post</strong><span>, dove </span><strong>troll insaziabili erano capaci di fare uscire il peggio </strong><span>di
    ognuno e fare andare fuori dai gangheri anche Gandi. </span></p>
<p><span>Almeno formalmente però </span><strong>era fondamentale il Topic</strong><span>. </span><strong>Era l’unica
    legge</strong><span>. Non si </span><strong>poteva andare oltre, non si poteva parlare di altro</strong><span>. Ogni
    tanto si osava, si metteva il tag [OT], ma erano interazioni spurie.</span></p>
<p><strong>In tutto questo l’ego aveva un ruolo?</strong><span> Certo che l’aveva ed era fondamentale:
  </span><strong>l’autoaffermazione di sé stessi</strong><span> come super-esperto della materia - riconosciuto dalla
    propria tribù di newbie e lurker -</span><strong> rappresentava il motore fondamentale ed il senso stesso dello
    stare in comunità</strong><span>, almeno per la maggior parte degli utenti “hardcore”.</span></p>
<p><span>I newsgroup </span><strong>hanno perso importanza con l’avvento del web</strong><span> e degli strumenti che li
    hanno sostituiti: </span><strong>i forum</strong><span>. </span><strong>I forum hanno spinto ancora di più
    sull’acceleratore del topic-centrismo:</strong><span> per partecipare dovevi
  </span><strong>registrarti</strong><span>, spesso </span><strong>la moderazione era (è) fortissima</strong><span> e
    certe dinamiche, come </span><strong>l’esperienza degli utenti</strong><span>, hanno trovato </span><strong>una
    formalizzazione piena</strong><span>, trasformandosi in “stelline”, statistiche, ruolo, etc.</span></p>
<p><span>Nei fatti, </span><strong>se prima si accedeva all’alberatura dei newsgroup con un solo
    strumento</strong><span>, </span><strong>collegandosi ad un solo server (o quasi)</strong><span>, la galassia dei
    forum </span><strong>rappresentava una atomizzazione delle singole comunità</strong><span>, come se l’espansione
    dell’universo internet</span><strong> corrispondesse al necessario allontanamento dei gruppi topic-centered l’uno
    dall’altro</strong><span>.</span></p>
<p><span>Per l’utente questo significava </span><strong>dover trovare il posto giusto</strong><span>,
  </span><strong>lurkare, provare ad iscriversi, cambiare idea</strong><span>, </span><strong>trovare un altro sito con
    un altro forum sugli stessi argomenti</strong><span>, riprovare a iscriversi etc. </span></p>
<p><strong>All’interno dei forum le dinamiche erano di nuovo più o meno le stesse</strong><span>, e i ruoli altrettanto:
    però </span><strong>l’accesso alla rete era diventato più semplice e c’era più gente</strong><span>. Dunque
  </span><strong>era anche più difficile trovare il proprio spazio, la propria tribù, il proprio
    linguaggio</strong><span>, e anche quando ci si riusciva, </span><strong>l’interazione poi non era mai
    semplice</strong><span>: internet semplifica in certi contesti l’approccio alle altre persone,</span><strong> ma
    l’interazione fra umani è complessa tanto dal vivo quanto online.</strong><span> Anzi. Lo è di più perché
  </span><strong>mancano tanti segnali sottili</strong><span> che nelle interazioni dal vivo sono fondamentali. </span>
</p>
<p><span>Dunque il passaggio naturale, </span><strong>per molti della mia generazione</strong><span>, stanchi del dover
  </span><strong>mettere a confronto la propria competenza</strong><span> su un argomento con altri altrettanto tronfi e
    convinti, stanchi di </span><strong>troll fastidiosi</strong><span> e di </span><strong>newbie
    saccenti</strong><span>, aiutati dall’</span><strong>avvento di piattaforme e cms di semplicissimo
    utilizzo</strong><span>, è stato naturale </span><strong>l’ulteriore passaggio di atomizzazione: l’avvento dei
    blog</strong><span>.</span></p>
<h2 class="header-anchor-post">La legge del sé assoluto
</h2>
<p><span>È all’epoca dei blog che avviene</span><strong> lo spostamento</strong><span>, lento ma inesorabile,
  </span><strong>dall’interazione topic-centered a quella egoriferita</strong><span>.</span></p>
<p><span>Se è vero che il blog, almeno agli albori, </span><strong>spesso è riferito ad un argomento di
    massima</strong><span> - la moda, le tecnologie, la musica -, nei fatti si rompe un tabù: </span><strong>si parla di
    sé stessi, delle proprie esperienze, dei propri dubbi, del proprio stile, dei propri amori, delle proprie
    fragilità.</strong></p>
<p><strong>I blog sono ancora, in parte, comunità</strong><span>: gli utenti hanno </span><strong>la possibilità di
    commentare</strong><span>, ma la comunità gira attorno all’</span><strong>autore del blog,</strong><span> che
    è</span><strong> padrone stesso delle interazioni, degli argomenti, della moderazione.</strong></p>
<p><span>In questo contesto </span><strong>nascono le prime grandi star dell’internet moderno</strong><span>, come
  </span><strong>Chiara Ferragni</strong><span>, mentre altri si costruiscono credibilità e vita professionale,
  </span><em>magari partendo da blog a carattere erotico/ironico</em><span>.</span></p>
<p><strong>Internet è diventato uno spazio dove il grande spettacolo è il mettersi in mostra</strong><span>, in una
    società che nel frattempo</span><strong> mostra i propri limiti di espansione</strong><span>: </span><strong>per
    la</strong><span> </span><strong>generazione X è tempo di stage infiniti, di cococo, di cocopro, di lavori
    malpagati</strong><span> o distanti anni luce dalla preparazione scolastica e universitaria.</span></p>
<p><span>Se le comunità </span><strong>topic-centered nascono di base in ambienti di per sé già
    collettivi</strong><span>, come le università,</span><strong> i blog prima ed i social poi nascono da una
    generazione “cameretta”</strong><span>: trovo esemplare che </span><strong>uno degli album fondamentali di quel
    periodo sia Play di Moby</strong><span>, l’album “cameretta” per definizione, diventato successo mondiale
    inaspettatamente.</span></p>
    
<div class="youtube-video-container">
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  </iframe>
</div>
      

<p><strong>La blogosfera, l’atomizzazione ultima del concetto di comunità</strong><span>, ha una parabola intensa e
    veloce, che s</span><strong>i incrocia con l’avvento definitivo dei grandi social</strong><span>, preannunciato da
    alcune “terre di mezzo”, come ad esempio </span><strong>MySpace</strong><span>, che è nel contempo piattaforma di
    microblogging, strumento di condivisione per gruppi musicali, comunità “social”.</span></p>
<p><strong>MySpace era una tribù che si riuniva attorno a passioni principalmente musicali</strong><span>, popolata da
  </span><strong>Emo, Goth, Metalhead et similia</strong><span>, un ambiente strapieno di musica e di terribili gif
    animate: ma era tutto talmente bello che qualcuno, meno di un anno fa, ha pensato bene di riscriverlo da
    zero:</span></p>
    <img src="/images/posts/sviluppo001.png" alt="space hey!" />
<p><span>Ma questo ultimo tentativo di comunità </span><strong>blandamente topic-centered </strong><span>è stato
    spazzato via dal </span><strong>successo devastante di Twitter prima e di Facebook</strong><span> poi (non citiamo
  </span><strong>Friendfeed</strong><span> per non fare male a troppi): </span><strong>l’era dell’espansione
    dell’universo web era al declino</strong><span>, e utenti e contenuti hanno cominciato a orbitare attorno a questi
    grandi centri di massa, finendo con l’esserne inghiottiti.</span></p>
<p><strong><a href="https://experimentia.substack.com/p/le-parole-che-mi-inseguono-algoritmo"
      rel="nofollow ugc noopener">Quando gli algoritmi non esistevano,</a></strong><span> sui nuovi social si parlava di
    tutto e le bacheche si riempivano dei contenuti generati da altri utenti, </span><strong>amici, o in alcuni casi,
    amici di amici</strong><span>, in </span><strong>una tracotante gara a raccontarsi</strong><span>, spesso senza capo
    ne coda, </span><strong>con frasi brevi, in tempo reale, poi foto</strong><span>, in numero sempre più incredibile,
    grazie ai nuovi smartphone.</span></p>
<p><strong>Un diario personale continuo e collettivo</strong><span>, sicuramente a tratti affascinante,
  </span><strong>ma molto spesso noioso o irritante</strong><span>, fino al punto da spingere i social stessi a
    ragionare su una cosa molto semplice: </span><strong>gli utenti interagiscono in base ad interessi
    comuni</strong><span>, per cui bisogna che l’utente </span><strong>veda contenuti che incontrino questi
    interessi</strong><span>. Insomma, </span><strong>un ritorno al topic</strong><span>.</span></p>
<h2 class="header-anchor-post">Il ritorno, necessario, al topic
</h2>
<p><span>Questa era</span><strong> la campagna di qualche anno fa di Facebook</strong><span>:</span></p>
<img src="/images/posts/sviluppo002.jpeg" alt=" Facebook Groups" /> 
<p><span>Insomma, non è che l’hanno mandato a dire: </span><strong>prima han costruito le bolle</strong><span>, grazie
    all’algoritmo, poi hanno scoperto che magari queste bolle </span><strong>riproponevano sempre e comunque le stesse
    cose</strong><span>.</span></p>
<p><span>E a qualcuno è venuto in mente </span><strong>che serviva un metodo per sfuggire ai parenti e trovare “la tua
    gente”</strong><span>: i gruppi non sono nient’altro che </span><strong>l’ennesima incarnazione dell’interazione
    sociale basata su topic</strong><span>.</span></p>
<p><span>Diciamola tutta: </span><strong>i gruppi non sono perfetti</strong><span>, ma almeno per quanto possa esperire
    dalla mia bolla, </span><strong>è uno dei pochissimi motivi che tiene molti utenti dentro la
    piattaforma</strong><span>. Si potrà obiettare che effettivamente la stragrande maggioranza degli utenti in
    questione è - almeno - </span><strong>Generation X</strong><span>, per cui sostanzialmente cresciuta in un contesto
    di</span><strong> community topic-centered e abituata a quel tipo di interazione</strong><span>.</span></p>
<p><span>Andiamo dunque altrove, </span><strong>prendiamo l’esempio totalmente opposto, TikTok, popolato prevalentemente
    da Gen-Z </strong><span>(ma non solo): è risaputo che </span><strong>l’algoritmo di TikTok sia fra i più performanti
    attualmente in circolazione</strong><span>, è veramente incredibile quante poche interazioni - coscienti - servano
    per profilare gli interessi. </span></p>
<p><span>Ma non ci si ferma qui: </span><strong>gli utenti di TikTok hanno cominciato ad usare autonomamente questa
    capacità per trovarsi, riconoscersi e dividersi in tribù vere e proprie</strong><span>: </span><strong>#witchtok,
    #horrortok, #cinematok</strong><span>, e anche pruriginosi, come </span><strong>#kinktok</strong><span> sono
  </span><strong>hashtag che vanno oltre il loro utilizzo originario e denotano una vera e propria necessità di coesione
    attorno ad un topic.</strong></p>
<img src="/images/posts/sviluppo003.png" alt="tiktok 001" />
<p><span>Poi all’interno di queste </span><strong>“comunità”, labili e fluide</strong><span>, si creano e prolificano
  </span><strong>trend ad hoc</strong><span>, che diventano </span><strong>il linguaggio comune della
    comunità</strong><span>, siano gli </span><strong>amanti dell’uncinetto, i cosplayers, gli attivisti lgbt+, o i
    cospirazionisti</strong><span>: il </span><strong>collante è il topic</strong><span>, altrimenti quel che rimane è
    davvero i</span><strong>l voyerismo da ballettino</strong><span>, che come immaginabile esiste, ma </span><strong>è
    ormai un puntino nella galassia infinita dei contenuti TikTok.</strong></p>
<img src="/images/posts/sviluppo004.png" alt="tiktok 002" />

<p><span>Insomma, </span><strong>si parte dalla propria cameretta in cerca di qualcuno</strong><span> che ci rispecchi,
  </span><strong>ci si racconta, ci si mette a nudo</strong><span>, ci si annoia, si torna a lavorare, magari
    diversamente, magari con più leggerezza, </span><strong>nuovamente su quello che ci unisce alle altre
    persone</strong><span>, che spesso è qualcosa di </span><strong>tangibile, pratico, condivisibile</strong><span>:
    una </span><strong>passione, una lotta, un punto di vista sul mondo, un problema</strong><span>. </span></p>
<div>
  <hr>
</div>
<h2 class="header-anchor-post">Dj Morloi consiglia…
</h2>

<div class="youtube-video-container">
  <iframe width="560" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/FZ-sVujDlS8" frameborder="0" allowfullscreen>
  </iframe>
</div>
      
<p><span>Questa volta non è propriamente un consiglio musicale, ma è il video girato dal </span><strong>noto YouTuber e
    musicista elettronico Hainbach</strong><span> presso il </span><strong>Museo del Synth Marchigiano</strong><span>,
    alla scoperta di un pezzo di storia della musica elettronica e dell’industria del nostro paese. Da non
    perdere.</span></p>
<div>
  <hr>
</div>
<h2 class="header-anchor-post">Master Morloi consiglia…
</h2>

<div class="youtube-video-container">
  <iframe width="560" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/O6BKjk_2UTE" frameborder="0" allowfullscreen>
  </iframe>
</div>
      


<p><span>Visto che è </span><strong>appena arrivata al festival di Venezia la nuova edizione cinematografica di
    Dune</strong><span> (non vedo l’ora di gustarmela), vi do un consiglio che vorrei seguire io stesso,
    cioè</span><strong> procurarmi la riedizione di uno storico</strong><span> - e ostico - </span><strong>gioco da
    tavolo su Dune stesso</strong><span>. Un vero capolavoro per appassionati, ad un prezzo umano. </span><strong>Poi
    dovrete trovare anche qualcuno disposto a passarci qualche pomeriggio.</strong></p>
<div>
  <hr>
</div>
<p>E con questo è veramente tutto: al solito, se vi è piaciuta, condividete, se no, fatemelo sapere!</p>
<p>A presto, vostro,</p>
<p><strong>Morloi</strong></p>]]></content><author><name></name></author><category term="pensieri" /><category term="oldbutgold" /><category term="internet" /><summary type="html"><![CDATA[Oggi ho voglia di ragionare, assieme a voi, su uno dei temi di cui si discute dall’avvento dei primi social: è vero che l’uso - e abuso - dei moderni strumenti di socializzazione digitale è primariamente egoriferito? I social sono semplicemente uno specchio delle vanità, oppure rappresentano ancora il disperato e umano tentativo di condividere una parte di se stessi per ritrovarla negli altri e sentirsi meno soli? Badate, non sarà in alcun modo un “ehhh, quanto si stava meglio, quando si stava peggio”, piuttosto il tentativo di capire se sia così vero lo spostamento in chiave egocentrica tante volte attribuito ai social. Ci siamo? Si parte! Cosa si fa e cosa si faceva sull’internet Chi mi segue da un po’ sa che il mio punto di vista è sempre quello di un appartenente alla Generazione X che ha conosciuto l’avvento sia di Internet, sia della telefonia mobile.]]></summary></entry><entry><title type="html">Permanenza e Persistenza.</title><link href="https://morloi.org/blog/permanenza-e-persistenza" rel="alternate" type="text/html" title="Permanenza e Persistenza." /><published>2021-07-25T05:59:17+02:00</published><updated>2021-07-25T05:59:17+02:00</updated><id>https://morloi.org/blog/permanenza-e-persistenza</id><content type="html" xml:base="https://morloi.org/blog/permanenza-e-persistenza"><![CDATA[<p><span>Salve, io sono&nbsp;</span><strong>Alessandro “Morloi” Grazioli</strong><span>&nbsp;e questa
    è&nbsp;</span><strong>Ex-perimentia</strong><span>, il diario di un vecchio brontolone che guarda l’internet ed il
    mondo da un oblò. </span></p>


<p>Si parte!</p>
<h2 class="header-anchor-post">Cose che durano // attimi che fuggono
</h2>
<p>Settimana scorsa stavo scambiando due chiacchiere con la figlia adolescente di un amico:</p>
<p><em><span>“Nahh, posto solo le storie.” </span><br><span>“Perché?” </span><br><span>“Perché durano 24 ore e non devo
      più preoccuparmene.” </span></em></p>
<p><span>Non è certo una novità, tutt’altro. Il </span><strong>contenuto che svanisce</strong><span> è un’invenzione di
  </span><strong>Snapchat</strong><span>, che fra il 2011 e il 2013 rivoluziona il mondo dei social introducendo
  </span><strong>i messaggi che si distruggono</strong><span> una volta letti e le </span><strong>Stories</strong><span>
    che ora tutti associano a Instagram (</span><em>dite grazie all’asso pigliatutto Zuckerberg</em><span>): attenzione,
    sono sono invenzioni geniali, ma, come accade spesso, </span><strong>la felice intuizione di chi riesce a cogliere
    una esigenza precisa</strong><span> ancora non soddisfatta e forse ancora non del tutto espressa. </span></p>
<p><span>L’esigenza era quella di </span><strong>essere sfuggenti</strong><span>, di non lasciare (troppe) tracce, di
    sentirsi liberi di</span><strong> fare una scemata e non trovarsela in serp su Google</strong><span>, di essere
    sopra le righe come solo può esserlo un adolescente, di vivere, in ultima istanza, alla giornata.</span></p>
<p><span>È una esigenza che comprendo pienamente, e che una volta veniva in gran parte soddisfatta</span><strong> dal
    sostanziale anonimato che la rete all’epoca garantiva</strong><span>. </span></p>
<p><span>Ci si aggirava sui </span><strong>newsgroup</strong><span> o </span><strong>stanze IRC</strong><span> protetti
    da </span><strong>nick più o meno fantasiosi</strong><span>, litigando, trollando,</span><strong> inventandosi un
    genere a caso</strong><span>, flirtando, diventando </span><strong>zimbello o mito</strong><span> nel giro di
    qualche thread.</span></p>
<p><span>Ad oggi </span><strong>l’anonimato in rete è cosa per pochi</strong><span>, l’avvento prima delle foto, poi dei
    video ha reso de facto l’idea di nascondersi dietro un nick piuttosto inutile, anche prima che Facebook cominciasse
    a fare delle </span><strong>pare assurde perché i propri utenti utilizzassero il loro vero nome</strong><span>.
  </span></p>
<p><span>Ovviamente stiamo parlando di un </span><strong>anonimato “di facciata”</strong><span>, non quello serio,
    quello delle </span><strong>reti Tor o delle vpn per mascherare il proprio ip</strong><span> e far perdere le
    tracce, quello è tutt’altro e magari ne parliamo un’altra volta.</span></p>
<p><span>Dunque la strada per non lasciare tracce è quella di</span><strong> creare contenuto a tempo</strong><span>: le
  </span><strong>24 ore delle Stories</strong><span> sono l’esempio perfetto del contenuto effimero, che verrà
  </span><strong>disperso nel nulla della rete, bit da riciclare</strong><span>.</span></p>
<h2 class="header-anchor-post">Archeologia Web: alla ricerca di quel che rimane
</h2>
<p><span>Alla fine degli anni 90 anche in Italia </span><strong>Internet è sulla bocca di tutti</strong><span>. Non è
    ancora l’epoca dei blog, </span><strong>ci si arrabatta a capire a cosa serve</strong><span> </span><em>(all’inizio
    degli anni duemila qualcuno arriverà alla risposta definitiva, vedi sotto)</em><span> e intanto chi può si dota di
    una </span><strong>connessione dial-up</strong><span>.</span></p>
  
<div class="youtube-video-container">
  <iframe width="560" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/LTJvdGcb7Fs" frameborder="0" allowfullscreen>
  </iframe>
</div>
      


<p><span>All’epoca non ci si domanda in effetti nulla sulla </span><strong>persistenza di quel che si
    scrive</strong><span> sui newsgroup, </span><strong>primo vero social della rete</strong><span>: semplicemente si
    sente l’urgenza e si scrive. La gerarchia dei gruppi italiani cresce a dismisura, e ovviamente crescono le
    polemiche: </span><strong>gruppi moderati, non moderati, la gerarchia alt, il porno, i gruppi warez, i troll,
    it.arti.cinema</strong><span> e tutto il resto.</span></p>
<p><span>Son passati quasi </span><strong>venticinque anni</strong><span>, eppure eccallà Google mi ripropone un antico
    post su </span><strong>it.arti.fumetti</strong><span>:</span></p>
<img src="/images/posts/persistenza001.webp" title="Dai newsgroup con furore!">
<p><span>Per i curiosi, nel mio solito </span><strong>stile morbido e accogliente</strong><span>, facevo una recensione
    di </span><strong><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Samuel_Sand" rel="nofollow ugc noopener">Samuel
      Sand</a></strong><span> </span><em>(serie in stile “bonelliano” pubblicata dalla Star Comics nel periodo in cui
    Ade Capone aveva provato a lanciare la prima alternativa allo strapotere della Bonelli nel mercato
    italiano)</em><span>. La serie non ebbe successo, ma questo non è particolarmente interessante.</span></p>
<p><span>La cosa interessante è che </span><strong>quelle parole</strong><span>, scritte per condividere una passione,
    in un gruppo appunto di appassionati, in qualche maniera </span><strong>hanno resistito 25 anni e sono ancora
    disponibili</strong><span> per chiunque abbia voglia di leggerle (su </span><strong>Google Groups</strong><span>,
    che non è Usenet, ma che ne è figlio, e immagino anche su altri server Usenet ad </span><strong>alta
    “ritenzione”</strong><span>, ormai tutti a pagamento).</span></p>
<p><span>Questa “ritenzione” ha un costo, sia ben chiaro, </span><strong>un costo elevato</strong><span>: macchine,
    archivi, energia elettrica, costi di gestione e connessione - </span><strong>mantenere un contenuto accessibile in
    rete è prima di tutto un fatto economico</strong><span>.</span></p>
<p><span>Aldilà dei caotici scambi di opinioni sui newsgroup che riaffiorano fra le maglie della rete,
  </span><strong>esiste ben altro materiale resistente duro a morire</strong><span>.</span></p>
<p><span>Il punto di partenza, per capire cosa davvero fosse l’internet a quei tempi e quali fossero le prospettive
    immaginabili, è </span><strong>Gandalf.it</strong><span>, il sito del compianto </span><strong>Giancarlo
    Livraghi</strong><span>.</span></p>
<img src="/images/posts/persistenza002.webp" title="Gandalf, ovvero Giancarlo Livraghi">

<p><span>Per chi non abbia la fortuna di averlo conosciuto, </span><strong>Giancarlo è stato uno dei grandi della
    pubblicità in Italia</strong><span>, creativo, copywriter, pensatore davvero sopraffino. Quando l’ho conosciuto, sul
    finire degli anni 90 era già “anziano”: </span><strong>un settantenne che scriveva e pensava al futuro dell’umanità
    in rete.</strong></p>
<blockquote>
  <p><span>Le comunità online </span><strong>non sono "virtuali"</strong><span>. Non sono "finzione" né
      "rappresentazione". Sono </span><strong>altrettanto reali di qualsiasi altra cosa che consideriamo
      realtà</strong><span>. Sono fatte di </span><strong>persone, in carne e ossa</strong><span>. Con tutte le qualità
      e i difetti, i valori e le debolezze, l’utilità e la difficoltà di ogni comunità umana. Questo è evidente a chi ha
      pratica della rete. Ma se smettessimo di chiamarle "virtuali" forse anche il resto del mondo capirebbe un po’
      meglio di che cosa si tratta.</span></p>
</blockquote>
<p><span>Diceva nel 2000 (ma anche prima) Giancarlo in </span><strong><a href="http://www.gandalf.it/net/virtuale.htm"
      rel="nofollow ugc noopener">questo articolo</a></strong><span>.</span></p>
<p><span>Questo è un caso, forse unico in Italia, di </span><strong>un sito</strong><span>, di un contenuto web
    strutturato, </span><strong>che sta resistendo alla morte del suo creatore</strong><span>. È
  </span><strong>cristallizzato, fermo</strong><span>, ma in qualche modo </span><strong>vivo proprio per
    questo</strong><span>: ci siamo abituati, grazie anche ai social e al loro sviluppo trainato dalle necessità
    commerciali, al </span><strong>nuovo continuo, alla non riflessione, al non guardarsi indietro</strong><span>.
  </span></p>
<p><span>Tra i tantissimi spunti che potete (e dovete, credetemi, anche se avete 20 anni) trovare su
  </span><strong>Gandalf.it</strong><span>, vi consiglio la lettura di </span><strong><a
      href="http://www.gandalf.it/uman/capitoli.htm" rel="nofollow ugc noopener">L’umanità
      dell’internet</a></strong><span>: ovviamente ci sono molte cose che vi appariranno datate, altre incredibilmente
    attuali, </span><strong>altre ancora necessarie</strong><span>, come l’invito a </span><strong>coltivare la propria
    personale rete</strong><span>.</span><strong> </strong><span> </span></p>
<p><span>Giancarlo parlava anche molto di </span><strong>libertà della rete</strong><span>, nel momento in cui, attorno
    agli anni 2000, cresceva in rete la consapevolezza di poter </span><strong>fare informazione in maniera
    indipendente</strong><span>, e nel contempo cresceva nei governi una voglia di
  </span><strong>controllo</strong><span> di questa</span><strong> macchina sovranazionale difficilmente
    imbrigliabile</strong><span>.</span></p>
<p><span>Sono passati vent’anni dal </span><strong>G8 di Genova</strong><span>, arrivato dopo gli eventi di Seattle e
    Napoli, e in questi giorni, ovviamente, se ne parla molto. Si parla meno però del ruolo che la rete e il
  </span><strong>giornalismo diffuso</strong><span> ebbe in quei momenti: </span><strong><a
      href="https://it.wikipedia.org/wiki/Independent_Media_Center"
      rel="nofollow ugc noopener">Indymedia</a></strong><span> nacque proprio nel 1999 a Seattle per sostenere e seguire
    il movimento NoGlobal, diffondendo in rete </span><strong>i racconti di centinaia di reporter sul
    campo</strong><span>, molto spesso </span><strong>semplici cittadini e attivisti</strong><span>.</span></p>
<p><span>Il </span><strong>newswire</strong><span> era un blog libero, dove pubblicare articoli, foto, video in maniera
    anche anonima.</span></p>
<p><strong><a href="https://italy.indymedia.org/" rel="nofollow ugc noopener">Indymedia Italia</a></strong><span>
    raccontò in diretta il terrore di quei giorni a Genova, raccogliendo prima speranze e istanze, poi rabbie,
    testimonianze, proclami e paure. </span></p>
<img src="/images/posts/persistenza003.webp" title="Indymedia Italia">

<p>Ad oggi, dopo un lungo periodo di oblio, è di nuovo possibile leggere per intero quella documentazione, utile e
  importantissima. </p>
<p><span>A </span><strong><a href="https://italy.indymedia.org/indymedia-time-machine.html"
      rel="nofollow ugc noopener">questa pagina</a></strong><span>, si legge</span></p>
<blockquote>
  <p><span>Un giorno non troppo lontano qualcun* ha ritrovato tra scatoloni e polveroni un vecchio hard disk
      dimenticato.</span><br><span>Era il disco di&nbsp;</span><strong>Indymedia Italia</strong><span>, il network di
      media gestiti collettivamente per "una narrazione radicale ed appassionata della realtà".</span></p>
</blockquote>
<p><span>Attenzione, questa cosa non è assolutamente banale: un hard disk dimenticato, </span><strong>con almeno 15 anni
    di vita sulle spalle</strong><span> (Indymedia Italia chiude i battenti nel 2006), ancora funzionante,
  </span><strong>con tutto il materiale dentro</strong><span>. </span></p>
<p><strong>Nella rete l’oblio è dietro l’angolo e assume le forme tipiche di un backup saltato, di un hardware che
    collassa, di una formattazione eseguita con leggerezza. </strong></p>
<p><span>Per ovviare, in maniera alquanto parziale, a questo, esiste un progetto chiamato </span><strong><a
      href="https://web.archive.org/" rel="nofollow ugc noopener">WayBackMachine/WebArchive</a></strong><span>, una
    iniziativa noprofit che tenta di fare da archivio storico di quello che passa per il web.</span></p>
<p><span>Qui dentro per esempio ho ritrovato una “foto” del sito che avevamo creato insieme a </span><strong>Roberto
    Kowalski Vignoli</strong><span> e </span><strong>Roberto Kzk Laghi </strong><span>(sì sempre lui), sempre sull’onda
    dei fatti di Genova e ispirati da </span><strong>Indymedia.</strong></p>
<img src="/images/posts/persistenza004.webp" title="Information Guerrilla!">

<p><strong>InformationGuerrilla.org</strong><span> ebbe vita lunga (grazie a </span><strong>Kowalski </strong><span>che
    portò avanti sito e newsletter con </span><strong>una dedizione formidabile </strong><span>fino al 2008). </span>
</p>
<p><span>Ad oggi </span><strong>tutto quel materiale è sparito dal web</strong><span>, e l’unica speranza
  </span><em>(proposito: chiamare Kowalski e chiederglielo)</em><span> è che </span><strong>esista un hard disk ancora
    integro</strong><span> da cui estrarre il poderoso archivio.</span></p>
<p><span>Queste considerazioni sulla </span><strong>persistenza dei contenuti in rete</strong><span> paiono forse un
    pelo </span><strong>anacronistiche</strong><span>: la galassia di </span><strong>blog, iniziative, collettivi in
    rete</strong><span> è un ricordo del passato </span><em>(anche se ci sono segnali in controtendenza)</em><span> e
    l’invito stesso di </span><strong>Livraghi</strong><span> a </span><strong>costruirsi la propria rete</strong><span>
    pare essere stato </span><strong>ingoiato dall’algoritmo</strong><span> che sceglie per noi (</span><strong><a
      href="https://experimentia.substack.com/p/le-parole-che-mi-inseguono-algoritmo" rel="nofollow ugc noopener">vedi
      puntata precedente</a></strong><span>), ma il fatto stesso di </span><strong>poter ritrovare in
    Rete</strong><span> alcuni di questi “vetusti” contenuti liberamente accessibili </span><strong>è un atto di
    resistenza</strong><span> che vale la pena di essere agito. </span></p>
<p><span>E se trovate </span><strong>un sito abbandonato, precario, che potrebbe sparire e vi interessa</strong><span>,
    fateci un pensiero, scaricate </span><strong><a href="https://www.httrack.com/"
      rel="nofollow ugc noopener">HTTRACK</a><span> </span></strong><span>e </span><strong>mirrorate</strong><span>.
    Prima o poi il vostro hard disk potrebbe diventare fondamentale per ricostruire un pezzo di storia
    dell’internet.</span></p>
<div>
  <hr>
</div>
<h2 class="header-anchor-post">Dj Morloi consiglia
</h2>
  
<div class="youtube-video-container">
  <iframe width="560" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/V7DQhd5ZGTE" frameborder="0" allowfullscreen>
  </iframe>
</div>
      

<p><strong>Atari Teenage Riot - Speed (ma non solo)</strong></p>
<p><strong>Alec Empire</strong><span> e gli</span><strong> Atari Teenage Riot</strong><span> sono la colonna sonora
    ideale per gli argomenti di questa newsletter. </span><strong>Anarchici, potenti, berlinesi ma
    globali</strong><span>, </span><strong>indigeribili</strong><span> eppure </span><strong>a rotazione su
    Mtv</strong><span>. Questo pezzo finirà pure per essere inserito nella colonna sonora di </span><strong>The Fast and
    the Furious - Tokio drift</strong><span>. </span></p>
<div>
  <hr>
</div>
<h2 class="header-anchor-post">Master Morloi consiglia
</h2>
<img src="/images/posts/persistenza005.webp" title="Uno Sguardo nel Buio">

<p><strong>Uno Sguardo nel Buio - V edizione</strong></p>
<p><span>Ecco, questo invece non c’entra nulla, ma ci sono affezionatissimo: </span><strong>USNB</strong><span> è il
  </span><strong>decano dei giochi di ruolo tedeschi</strong><span>, il “D&amp;D” teutonico, arrivato negli anni 80 in
    Italia per le </span><strong>Edizioni EL</strong><span> </span><em>(che avevano scoperto in quegli anni i LibroGame,
    pubblicando anche l’indimenticabile Lupo Solitario)</em><span>. Con USNB ho iniziato a giocare a 15 anni e ora ci
    sto rigiocando grazie alla V edizione tradotta e importata dai ragazzi della </span><strong><a
      href="https://12gem.me/uno-sguardo-nel-buio/" rel="nofollow ugc noopener">Compagnia delle 12
      Gemme</a></strong><span>. Badate, il sistema è complesso, non moderno e alle volte ostico, ma l’ambientazione ha
  </span><strong>un sapore mitteleuropeo unico</strong><span>, che vi stupirà.</span></p>
<div>
  <hr>
</div>
<p><em>Anche stavolta siamo arrivati alla fine! Se vi è piaciuta la newsletter, fatela girare. Se non vi è piaciuta,
    fatemelo sapere. Ci vediamo sabato prossimo!</em></p>
<p>Saluti, Morloi.</p>]]></content><author><name></name></author><category term="pensieri" /><category term="oldbutgold" /><category term="internet" /><summary type="html"><![CDATA[Salve, io sono&nbsp;Alessandro “Morloi” Grazioli&nbsp;e questa è&nbsp;Ex-perimentia, il diario di un vecchio brontolone che guarda l’internet ed il mondo da un oblò.]]></summary></entry></feed>